Intervista a Basement Jaxx

“Remedy” é stato sicuramente un disco fondamentale per il periodo di passaggio e di rinnovo della scena dance/elettronica mondiale e ha fatto da ponte di collegamento tra cultura dance e cultura rock. La musica era house “imbastardita” da tutto il calderone musicale dell’Inghilterra post punk e post “extasy generation”. L’attitudine ruvida e sincera lo rendevano appetibile anche da il pubblico rock più aperto a scoprire gli orizzonti più accessibili, ma non per questo meno meritevoli, della nuova musica creata dai dj. Il nuovo albo “Rooty” (recensito ampiamente nello scorso numero 250 a pagina 67) conferma quanto di buono c’era in “Remedy” e ci mostra dei Basement Jaxx più maturi e sicuri di sè alle prese con un caleidoscopico album pop ricco di potenziali “hit singles” e di intuizioni geniali con cui si dovranno confrontare molti dischi di elettronica dance del futuro. Incontro Felix Buxton nella hall di un lussuoso hotel milanese poche ore prima di un loro dj set ai Magazzini Generali di Milano. Felix si mostra da subito disponibile e mi invita a sedermi ad un tavolino davanti a lui dove inizia a scarabocchiare un viso su un foglietto di carta: per un attimo temo mi voglia fare un ritratto ma mi rassicura essere un disegno che più tardi spedirà via fax al suo manager! Tiro un sospiro di sollievo e accendo subito il mio “mini disc recorder” che Felix testa con un vocalizzo improvvisato. E’ solo il primo di una serie di divertenti siparietti che mi confermeranno l’estrema simpatia del personaggio. D’altronde pare che il serio del duo sia Simon Ratcliffe che nel frattempo è impegnato a pochi metri da noi con un amico collega (anch’esso dj!) di un’altra testata. Felix è sicuramente il più dj dei due tanto che poco dopo, a registratore spento, sarà lui a farmi domande sui miei dischi preferiti del momento e da vero entusiasta mi chiederà ( con mia estrema gioia) anche di scrivergli su un foglio il titolo di un pezzo.

– Andiamo con ordine:quali credi siano le differenze maggiori tra il vostro album d’esordio “Remedy” e il nuovo “Rooty”?
“Da quello che hanno detto quelli che fino ad ora lo hanno ascoltato suona più americano, più pesante e più martellante. Allo stesso tempo è  più influenzato dall’r’n’b e dal funk. E’ probabilmente meno europeo. Questo quello che dice la gente. Obbiettivamente ha più canzoni, ci sono più canzoni vere e proprie:ogni traccia è una canzone. Inoltre, in generale ha un suono più solido e ci sono più parti vocali, più voci bizzarre e più voci differenti.”
-Qual’è la storia dietro al nome “Rooty”?
“Proviene da un errore di spelling durante un tour in Giappone. Gli organizzatori avevano fatto un poster in cui volevano dire che il nostro suono era “earthy” e “rootsy” (rustico e grezzo, ndr.) cioè quello che si dice del vecchio reggae e quindi hanno scritto sul poster dei Basement Jaxx: “We’re Rooty”! Ci sembrava divertente e la parola suonava bene così. Visto che avevamo deciso di fare una serata a Londra lo scorso anno, pensammo potesse essere un buon titolo per la serata. Successivamente la gente ha incominciato a parlare di uno stile “rooty” della nostra musica e sembrava fatto apposta per il nuovo album.”
-Quali sono le radici (roots, ndr.) dei Basement Jaxx?
“Tutta la vita vissuta. Musicalmente invece dalla classica al jazz, rock, reggae, soul, funk , latin, folk, non mi viene in mente nient’altro…Tutta la musica che ascoltiamo, non siamo legati ad un solo genere. Ascoltiamo più musica possibile e più varia possibile senza basarci tanto sullo stile ma su come noi la percepiamo. Allo stesso modo cerchiamo di esprimere come ci sentiamo nei confronti del mondo: ci concentriamo su quello che vogliamo trasmettere e non sullo stile. Non ci interessa dire se questo è hip hop o se questa è house! L’approccio legato al genere non ci interessa: è il feeling che conta.”
-Tornando alla serata “Rooty”, che tipo di atmosfera si respira?
“E’ una serata da cinquecento persone, non di più, in un pub fuori Brixton…”
-Perché avete scelto un pub e non un club vero e proprio?
“Perché è meglio per la nostra serata. Noi volevamo un’atmosfera rilassata e così l’abbiamo ricreata. C’é una sola persona che controlla l’entrata, tutti possono entrare liberamente e i drink costano poco. Non ci sono regole sull’abbigliamento o di altro tipo, possiamo suonare quello che più ci va al momento e tutto é più rilassato.Volevamo qualcosa di amichevole, perché oggi i club, purtroppo, sono troppo caotici con grandi buttafuori spesso poco disponibili, prezzi cari, lunghe code all’entrata e un’atmosfera generalmente poco rilassata.”
-Preferite quindi suonare in piccole situazioni rispetto ai grandi festival di musica elettronica?
“I piccoli club sono più intimi: ruotano attorno all’idea di una stanza dove puoi fare il dj e diffondere buone vibrazioni. Con i festival è una cosa totalmente diversa: hai grandi amplificazioni, una grande folla, ogni cosa deve essere più maestosa, d’impatto. Comunque va bene lo stesso, sono due cose diverse ma ugualmente stimolanti.”
-Qual’é il disco che è sempre nella vostra borsa, in ogni dj set e in ogni situazione ?
“Tutto il nuovo album sempre! Direi però “Samba Magic” (singolo dei BJ del ’95, ndr.) perché il pubblico lo richiede sempre. Una traccia non nostra che ho avuto nella mia borsa per circa un anno e mezzo è chiamata “Bon Voyage”, un disco proveniente  dalla Svezia con un gusto latino con una bassline hardcore, un  incrocio tra il uk garage e latin.”
-A proposito di dischi ad uso dj. Avete fatto molti white label sotto vari pseudonimi, che mi dici di queste produzioni parallele?
“Questo è l’unico modo per far andare avanti le cose secondo noi, fare anche produzioni che non hanno niente a che fare con il progetto Basement Jaxx. Sono produzioni sotterranee di noi solo come dj entusiasti della musica ed è quello che noi vogliamo essere. E’ bello fare cose come queste, come il bootleg dello scorso anno con i Jam ed Eminem (My Name Is Startz/Cut This Groove, ndr.) Farli uscire ufficialmente sarebbe praticamente impossibile: lo stesso Eminem non ce lo permetterebbe mai e ci costerebbe in diritti tutti i soldi che abbiamo! Da dj  mi piace suonare cose come i nostri “white label” perché non ci sono molte cose interessanti nella dance, molte si somigliano l’una con l’altra.”
 -Che differenza c’é tra i Basement Jaxx in versione live e i BJ in versione dj set?
“Probabilmente il live è più vicino ad uno spettacolo di varietà. Quando facciamo un live possiamo anche interrompere la musica e interagire con il pubblico, ci sono i “performer” ed è più teatrale, ci sono le immagini e il modo in cui è preparato lo spettacolo coinvolge molte più persone e più effetti speciali. Quando invece facciamo il dj set siamo noi solo con i giradischi e probabilmente è una cosa più intima. E’ come dire: “Questa è la musica per ballare, niente show!” Il dj set è certamente più diretto.”
-Hai detto che siete da soli con i giradischi, ma cosa pensi delle nuove tecnologie aggiuntive per i dj come i cdj (lettori cd con caratteristiche simili ai giradischi,ndr. ) e altre nuove macchine dedicate alla produzione musicale per dj”?
“Penso che siano un’ottima cosa. Vuol dire che un dj può fare più cose, può essere più creativo per cui è sempre buono. Sono favorevole.”
-A proposito degli aspetti produttivi della musica: hai studiato musica, hai una qualche preparazione teorica?
“Io prima organizzavo feste poi ho iniziato a fare il dj. Quando ero più giovane cantavo nel coro della scuola! Ad ogni modo la musica con cui avevo a che fare la vivevo a modo mio. Mi sedevo spesso al pianoforte e facevo le stesse tre note all’infinito e poi aggiungevo il “sustain” al massimo  e mia mamma pensava che quella musica non mi sarebbe stata molto utile per una vita normale…(ride)…Io penso invece che la mia fosse una ricerca di qualcosa di semplice ed emozionale, che è poi ciò che ha originato la deep house. Ovvero  il concetto di essere abbastanza minimalisti ma di lavorare molto sulle emozioni. Simon conosce meglio il lato della produzione della nostra musica. Simon aveva già suonato in un paio di gruppi, una jazz funk band e una indie band ma ha cominciato ad apprendere l’uso delle macchine solo quando ci siamo incontrati. Ha imparato tutto da solo, tutto quello che facciamo lo abbiamo imparato da soli. Probabilmente la produzione non è professionale o stupefacente ma quando fai musica per gente giovane è più importante l’energia, l’attitudine più che il fatto che suoni professionale…del resto chi se ne frega!”
-Potresti dirmi dove trovate l’attitudine, l’ispirazione e come scegliete i campionamenti base che andranno a formare una traccia?
“Per ogni traccia è differente. Ad esempio per “Where’s Your Head At” abbiamo usato un campione di Gary Numan. Un tipo che lavorava nell’industria discografica mi ha detto che poteva trovare un album con il meglio di Gary Numan e io gli ho detto di portarmelo! Compro continuamente dischi e da li estraiamo i campioni, ad esempio su “Broken Dreans” c’è un flauto particolare. Ho comprato un copia del disco con quel campione a Barcellona…”
-Suona come un campione di musica italiana…
“No è musica spagnola, l’ho trovato a Barcellona in una bancarella e in mezzo a tanta spazzatura che ho comprato quel giorno ho trovato almeno un buon campione!”
-Comunque in “Where’s Your Head At” ci sono due campioni di Gary Numan…
“Sì, anche se il secondo è solo un brevissimo rumore! (segue un’imitazione vocale del campione ad opera di Felix, ndr.).
-Ad ogni modo vi sentite in qualche modo influenzati dalla new wave  nel vostro background?
“Sì, voglio dire…crescendo in Inghilterra per forza. Cose tipo Gary Numan, The Specials, The Jam, il punk e la new wave e lo ska si ascoltano crescendo in Inghilterra volenti o nolenti.”
-Che mi dici delle collaborazioni vocali sul nuovo album?
“Kele Le Roc è sulla prima traccia dell’album, il primo singolo. Avevamo sentito che lei voleva lavorare con noi, che le piaceva la nostra roba per cui l’abbiamo portata in studio e l’abbiamo provata su un paio di tracce e alla fine è finita su “Romeo”. Io personalmente canto su quattro canzoni mentre una ragazza che si chiama Mandy è su “I Want U” e Get Me Off”. Lei mi ha visto in un mercato locale mi ha fatto “toc toc” su una spalla riconoscendomi come uno dei Basement Jaxx così abbiamo portato in studio anche lei. Su “Do Your Thing” c’è l’amico di un amico. In “Where’s Your Head At” c’è anche un ragazzo di Camberwell che è vicino agli studi dove registriamo. E’ un mc hip hop, doveva venire a fare un po’ di urli hip hop ed invece si è messo a cantare e così l’abbiamo usato così. Non sapevamo sapesse cantare.”
– A proposito di parti vocali, una questione speso dibattuta è la seguente: i testi sono importanti nella musica dance oppure no?
“Noi scriviamo musica completa: che sia musica dance o meno sicuramente sì i testi per noi sono importanti. Spesso le persone pensano che nella “dance music” non importino perché ci sono dischi alla FatBoy Slim che non dicono niente. Sono belli così in fondo perché si basano sul divertimento. Quando ascolto musica dance posso aver solo voglia di divertirmi e non  importarmene nulla di essere profondo, però non sempre è così. Noi come artisti non possiamo essere falsi su quello che diciamo così i nostri testi alla fine riflettono noi stessi in modo non differente da quello che può fare un artista rock o soul. Anche noi cantiamo canzoni che riguardano la nostra vita.”
– In che modo la vostra vita si riflette anche in “Rooty”?
“Durante la lavorazione del disco volevamo solo rilassarci, prenderci il nostro tempo per la nostra vita privata, incontrare amici, vedere film e tornare a vivere come esseri umani per un po’ di tempo. Per “Remedy” eravamo stati a lungo in tour per tutto il mondo ed eravamo stanchi di viaggiare. Così l’obiettivo principale per noi era stare un po’ a casa, andare in studio a fare un po’ di musica ed essere rilassati nel farla e dopo un po’ poter dire: “Adesso andiamo a casa e ci vediamo domani”. Ad esempio un giorno ero con la mia ragazza, era domenica e dovevo andare a lavorare ma era una giornata soleggiata e allora mi sono detto “ancora un altro bacio” (“just one kiss” come il titolo di un pezzo di loro ultimo album, ndr.) renderà tutto migliore. Ci siamo detti staremo ancora meglio se facciamo le cose lasciandoci guidare dall’amore anche se questo ci costerà qualche sforzo in più. Ogni tanto avevamo bisogno di staccare e andarcene un po’ dal caos di Londra. Rilassarci durante la lavorazione dell’album è stato fondamentale.”

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