Intervista con Booka Shade: Sostanzialmente più potenti

Arno Kammermeier e Walter Merziger sono Booka Shade, deus ex machina di Get Physical, etichetta di immenso successo dell’ultimo decennio nel mondo dell’elettronica. Apprezzati tanto dal pubblico indie quanto da quello house e techno, tornano con l’atteso quarto album che spezza il percorso orientato alle canzoni intrapreso con il precedente e ritorna ad atmosfere da club, senza rinunciare ad un notevole gusto melodico. Prendendo spunto da questa apparente rottura di percorso abbiamo iniziato la nostra chiacchierata con Arno.
Penso che il nuovo album “More!” abbia uno stretto collegamento ritmico e di atmosfere con i vostri primi due album “Memento” e “Movements” piuttosto che con il terzo “The Sun & The Neon Light”…
Il nuovo album definisce molto bene il suono di Booka Shade, sicuramente meglio del precedente. Quando lo senti riconosci immediatamente il suono Booka Shade, ha dei beat più potenti come accadeva in Movement. “More!” ha energia e l’energia è molto importante in questo disco. Molte persone ci conoscono dai “live show” e volevamo creare un album con molte canzoni da suonare dal vivo. Il disco precedente é stato una sorta di reazione ai ritmi da club di “Movements” quindi volevamo rallentare un po’ e creare dei mood da canzoni e inoltre volevamo un paio di canzoni più lente per aprire gli spettacoli. Dopo “The Sun…” abbiamo pubblicato una compilation esclusiva per itunes chiamata “Cinematic Shades” in cui abbiamo assemblato i nostri brani lenti dei primi tre album per definire una volta per tutte quell’aspetto del nostro suono. A quel punto ci siamo sentiti pronti per tornare con un suono più energico. Il nuovo album ha molto a che fare con il groove: se spogli i nuovi brani degli arrangiamenti ti ritrovi con tracce che possono funzionare molto bene nei club ma per il contesto e il concetto dell’album abbiamo preferito dare l’impressione che fossero tracce da club ma ascoltabili in qualunque momento.
Il termine “cinematico” è spesso associato al vostro suono ma da dove arrivano queste influenze?
Fin dall’inizio abbiamo sempre pensato all’idea di abbinare musica e immagini ed é così che è nato il primo album. Lo abbiamo registrato perlopiù di notte nei momenti liberi alla fine delle produzioni per gli altri compagni di etichetta come M.A.N.D.Y. o DJ T. Mi piace sempre andare al cinema, anche se ora con la famiglia tutto è un po’ cambiato, ma sicuramente mi piace il mondo delle colonne sonore. Nel nostro caso in genere non è mai un solo suono che crea un’atmosfera ma più strati di suono uno sopra l’altro.
La novità principale di “TheSun…” era l’inserimento di diverse parti vocali, questa volta però avete optato per un paio di canzoni soltanto e per di più cantate da ospiti…
Con “The Sun…” stabilito che volevamo avere dei vocals avevamo pensato di chiamare diversi grossi nomi per cui abbiamo remixato dei brani  ma poi abbiamo optato per farli noi stessi. Ci siamo detti che Booka Shade dal vivo sono due persone: una che lavora sull’elettronica e l’altra sulle ritmiche e che portare in tour dei cantanti sarebbe stato complicato, ancor di più se fossero stati degli ospiti famosi. Non volevamo che il nostro album suonasse come una compilation. Per il nuovo album invece abbiamo deciso di chiamare degli ospiti ma volevamo persone molto vicine a noi e con cui avere un feeling familiare: Chelonis R. Jones è stato parte della compagnia Get Physical fin dall’inizio, per cui abbiamo prodotto “One & One” e “ I don’t Know” mentre degli Yello siamo sempre stati grandi fan fin da quando eravamo ragazzini e in alcuni nostri brani si può rintracciare una loro influenza. Ricordo ancora quando comprai i loro primi 12”…poi nel 2006 abbiamo remixato la loro “Oh Yeah” e sapendo che il remix gli era piaciuto siamo entrati in contatto con loro e quindi siamo andati a Zurigo da loro a registrare, é stato tutto molto semplice e naturale.
Ricordo con piacere un vostro live, nel 2004 al Watergate di Berlino: per me era chiaro che sareste diventati un act elettronico importante particolarmente adatto ad esibirsi dal vivo. Era nelle vostre intenzioni fin dall’inizio?
Proprio dall’inizio no. Perché quando abbiamo iniziato a registrare i primi brani di “Memento” stavamo facendo produzioni per altre persone e quindi stavamo principalmente pensando ad un progetto da studio. Finito l’album ci siamo però chiesti come promuoverlo e non essendo dj ma musicisti e produttori è stato per noi chiaro che Walter avrebbe suonato le tastiere ed io la batteria anche se  non tutto andò da subito per il verso giusto…(ride) se ti è piaciuto quel live devo dirti che sei stato troppo buono con noi…(ride)
Ho visto il potenziale, ricordo che ci furono anche diversi problemi tecnici di blackout se ben ricordo…
(Ride) Si ci furono ben cinque lunghi stop causati da malfunzionamenti! E’ sempre divertente ricordare che il nostro primo vero concerto fu caratterizzato da cinque lunghe pause dovute ai problemi con i computer! (ride) Ma da quella volta abbiamo imparato che non potevamo far girare i visual dagli stessi computer che usavamo per le sequenze: abbiamo imparato la lezione!
In “More!” ancor più che in passato sono evidenti le vostre radici trance, come ad esempio in “Teenage Spaceman”, che in qualche modo si riallaccia alla vostra carriera precedente al grande successo iniziato con la Get Physical nel 2004. Per certi versi quella carriera é oscura ai più. Ti va di parlarcene?
E’ una lunga storia! Walter e io ci siamo incontrati in una band ai tempi della scuola e ora sono 25 anni che facciamo musica insieme! All’inzio degli anni ’90 avevamo una band pop chiamata Planet Claire con cui abbiamo avuto anche un successo radiofonico in Germania ma quello a cui ti riferisci tu é successivo. Intorno al ’92-‘93 ci siamo appassionati alla techno quasi come reazione alla roba pop che avevamo fatto per una major ed eravamo delusi da come eravamo stati trattati da questa casa discografica. C’è stato quindi un periodo in cui sedevamo in studio e pubblicavamo dischi a ritmo forsennato sotto vari nomi per etichette come la belga R&S  o come l’olandese Touché che poi é stata la prima a pubblicare un 12” di Booka Shade. Booka Shade era solo uno dei 25-30 nomi di progetti diversi. E’ allora che abbiamo sviluppato quel suono trance che in quel periodo non aveva ancora una cattiva reputazione. Ci ispiravamo a brani come “Acid Eifel” di Laurent Garnier. Il feeling originale della trance era quello di un lungo viaggio. “Teenage Spaceman” è un ottimo esempio di questo feeling ed è una delle nostre preferite. Comunque dopo quelle esperienza discografiche eravamo stanchi della club music che era troppo ingabbiata in formule ben precise e quindi, alla fine degli anni ‘90, ci siamo concentrati su colonne sonore e musiche per spot pubblicitari. Tutto questo fino al 2002 quando con M.A.N.D.Y. e DJ T abbiamo deciso di fondare la Get Physical.
Credo che “The Sun…” abbia aperto per voi molte strade nel mercato americano dove un act elettronico forte dal vivo e con delle vere canzoni é sempre il benvenuto…
Molti fan che avevano apprezzato “Movements” per il suo lato club sono rimasti perplessi da “The Sun…”  che però ha conquistato il pubblico indie, più propenso ad apprezzare l’elettronica quando é orientata alle canzoni. Ad esempio gli Yello hanno amato “The Sun…” e non avevano notato “Movements”. Noi amiamo i club ma allo stesso tempo vogliamo dimostrare di essere capaci di scrivere buone canzoni da ascoltare ovunque. Abbiamo sempre avuto buoni feedbak dagli Stati Uniti, soprattutto per le nostre performance dal vivo. Là abbiamo suonato in festival rock come il Lollapalooza a Chicago: in quell’occasione eravamo l’unico act elettronico in una line up molto rock e per di più abbiamo suonato poco dopo mezzogiorno con la luce del giorno e avevamo paura di essere mangiati vivi dal pubblico  ed invece il concerto è stato un successo perché il pubblico americano è molto attento alla parte suonata anche in un act elettronico come nostro.
Una curiosità: Will.I.am dei Black Eyed Peas ha usato un vostro sample di “Body Language” nella sua “Get Your Money”. Come é avvenuto?
C’è una storia divertente dietro questo pezzo che coinvolge un nostro amico che é anche il capo della divisione Universal internazionale in Germania. Lui fu invitato all’ascolto collettivo del nuovo album di Will.I.am negli States  e ad un certo punto ha riconosciuto la nostra bassline e ha detto a Will.I.am: “E’ fantastico che abbiate usato questo  campione, non sapevo che avessi chiesto l’utilizzo di questo campione. Come fai a conoscerlo?” E Will.I.am ha risposto: E’ una traccia underground che ho sentito in un club di Ibiza e ne ho rubato la bassline, non lo saprà nessuno!” Quindi il discografico gli ha risposto: “No, non puoi farlo, quella che tu pensi sia una traccia che non conosce nessuno è uno dei maggiori successi dance di quest’anno in Europa e ci saranno problemi se non chiediamo l’utilizzo del campione! Quindi Will.I.am cadendo dalle nuvole ha acconsentito.
So che per promuovere il primo singolo “Bad Love!” avete girato un video…
Il video è girato in Londra, molto scuro, notturno, con gente per le strade con raggi di luce che colpiscono diversi oggetti e particolari e si vede Chelonis R. Jones per brevissimi frammenti. E’ un video semplice e di impatto.
Non posso esimermi da farvi una mia domanda tormentone: Quali sono i tre momenti più importanti dell’evoluzione della musica elettronica?
Bob Moog che inventa il primo sintetizzatore e probabilmente i Kraftwerk che scrivono “Robots” e poi probabilmente la prima Summer Of Love ad Ibiza.
Recentemente ho intervistato Groove Armada che si sono totalmente reinventati in chiave rock dopo una lunga e rispettabile carriera:voi sareste pronti ad un salto simile?
E’ una scelta coraggiosa da fare, non é facile ricominciare dall’inizio ma se è il modo per ritrovare la vena creativa é sicuramente la cosa giusta da fare. Per il momento ci sentiamo tranquilli così, ma chi può  dire cosa succederà tra due anni…se sentissimo di aver esaurito un corso saremmo pronti a seguire altre strade.

0

About author Vedi tutti gli articoli

Alex Dandi

Alex Dandi

Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

Lascia una risposta

Your email address will not be published. Required fields are marked *

/* ]]> */