Amiamo le MMA. Amiamo la violenza?

Vorrei discutere con gli amici che leggono questo blog di una questione che mi sta molto a cuore e se possibile aprire anche un bel dibattito. Si tratta di una questione focale per la diffusione delle MMA nel nostro paese ed è tutt’ora argomento di discussione anche nel resto del mondo.

Di che si tratta? Per citate un capolavoro della commedia all’italiana “la parola d’ordine è sempre la stessa: Viuuuuleeenzaaa!”

Eh sì, avete capito bene. Nel nostro sport preferito c’è tanta -per molti spettatori casuali- troppa violenza. Personalmente non l’ho mai pensata così. Io ci vedo una competizione sportiva altamente regolamentata, dove si scontrano atleti professionisti con una preparazione fisica e tecnica sovrumana, dove oltre al gesto atletico entrano in campo fattori mentali, di strategia, di orgoglio, di cuore e forza di volontà. Nelle MMA ci vedo così tanti valori positivi che mi sembra impossibile che gli altri non li possano vedere. Eppure non può essere un caso che tante persone che conosco si stupiscano di questa mia passione. In tanti mi chiedono come io possa amare uno “spettacolo” tanto cruento ed ogni mio tentativo di rettificare la parola “spettacolo” con la parola “sport” finisce per essere vanificato da affermazioni tipo: “…i gusti sono gusti…”, “…sarà come dici tu ma non riesco a guardarlo…” o più semplicemente “…è troppo violento per i miei gusti…”. Queste obiezioni che mi vengono fatte anche da persone che hanno praticato sport a livelli professionistici o addirittura arti marziali, che sono tutt’altro che bacchettoni: è per questo che mi lasciano spesso interdetto e mi spingono a riflettere.

Avrei voluto scriverne prima di questo argomento ma c’era qualcosa che mi sfuggiva, poi sono incappato in questo articolo a firma Jonathan Snowden (colui che ha scritto i volumi Total MMA ed MMA Encyclopedia, praticamente vecchio e nuovo testamento delle MMA) su SB Nation e i tasselli del puzzle nella mia testa sono andati al loro posto.

Jonathan Snowden, partendo da alcune considerazioni sul parziale insuccesso commerciale negli USA del film “Warrior”, che nonostante i plausi della critica ed un primo weekend al box office incoraggiante sta mancando l’obiettivo di diventare un film popolare e trasversale come poteva essere stato un Rocky per la boxe, ipotizza che forse le MMA non sono adatte a tutti e che il nostro sport preferito sia ben lontano dal diventare di massa anche negli Stati Uniti. A questo proposito Jonathan scrive:

[…] E’ un duro monito per tutti i fan delle MMA che si sono affrettati a proclamare che lo sport era pronto per la prima serata. La verità pare semplice: la maggior parte dell’America mainstream non è pronta per le arti marziali miste. Quasi diciotto anni dopo il suo debutto americano, non è ancora un evento adatto a tutti i tipi di pubblico. Ad un barbecue famigliare il football è una consuetudine. Padri e figli vanno insieme a vedere il baseball e anche il pugilato, in alcune circostanze, può fare da ponte tra generazioni e sessi diversi. […]

[…]In un tipico lunedì dopo un weekend di football, posso avere 15 conversazioni riguardo la SEC o l’NFL al lavoro. Questo è il bello, posso parlare con qualcuno che conosco appena e possiamo trovare immediatamente un argomento in comune attraverso lo sport.

Le arti marziali miste non sono invece parte di quel tipo di conversazioni. Molte persone non prestano la minima attenzione alle MMA. C’è un gruppo limitato di fan duri e puri, abbastanza numerosi per sostenere massicciamente una azienda come ha dimostrato l’UFC, ma per molti americani questo sport non esiste. Non ci pensano, non lo vedono e non gli importa. […]

I fan di questo sport sono spaesati. Come può essere possibile:perché la gente non capisce? Questo è il più grande sport di sempre. Niente altro gli si può nemmeno avvicinare, è la battaglia primordiale di uomo contro uomo. Ma il brivido viscerale che attrae alcuni verso questo sport è lo stesso motivo che ne fa scappare altri. […] Il problema non è la non conoscenza dello stesso ma l’ultra violenza insita nello sport. […]

Nonostante le nostre proteste e le melodrammatiche discussioni sulla sicurezza si tratta pur sempre di uomini che combattono in una gabbia d’acciaio. Gli spettatori devono essere preparati ad una ferocia a cui molti non sono abituati. Ginocchiate, gomitate, torsioni di braccia e anche strangolamenti sono parte integrante di ogni spettacolo di MMA. E’ uno stupefacente livello di violenza reale anche in un contesto mediatico desensibilizzato. Leggo con divertimento alcuni giornalisti che discutono dello sport come competizione, insistendo che nulla ha a che fare con la violenza. Rispettosamente dissento.

Per la maggioranza dei fan e anche un bel po’ di fighter non è solo semplicemente competizione atletica. E’ un combattimento, il più vicino possibile alla carica di adrenalina indotta da una rissa da strada senza però finire la notte in manette. Questo è stato l’appeal delle MMA fin da quando si diceva “nessuna presa vietata”. Questo è l’appeal oggi. Molti americani non sono pronti per questo. Come fan dobbiamo essere preparati al fatto che potrebbero non esserlo mai.

Letto questo interessante articolo che, ripeto, non è scritto da un detrattore delle MMA ma da colui che ha scritto due libri fondamentali sulle MMA, mi sono posto una domanda: Come mi sono avvicinato io a questo sport?

L’ho già raccontato nella presentazione del blog: sono un appassionato di arti marziali, pugilato e anche pro wrestling fin da bambino. Non so bene perché. Forse per i racconti su Primo Carnera che mi faceva mio nonno, forse per le immagini di Muhammad Ali e Bruce Lee che assimilavo da bambino. Insomma dove c’erano botte c’era Dandi! Quindi la prima VHS di UFC che mi sono trovato tra le mani ha attirato la mia attenzione fin dalla copertina come fosse il Santo Graal! Avevo immaginato per anni questi scontri epici di arte marziale contro arte marziale. Guardandola quella VHS ci rimasi anche un po’ male. Niente di quello che avevo immaginato era presente. Al posto di praticanti con fisici alla Bruce Lee c’erano diversi panzoni appena usciti da qualche bar malfamato. Al posto di proiezioni di judo e coreografiche tecniche di kung fu vedevo delle mezze risse che si concludevano in modo poco spettacolare ma talvolta assolutamente brutale. Era tutto anche un po’ goffo, non troppo diverso dalle molte risse a cui avevo assistito (lavorando in locali notturni fin dall’adolescenza), fatta eccezione per quello che vinceva sempre: Royce Gracie, che però era l’anti spettacolo per eccellenza. Insomma ero eccitato per il format ma la violenza selvaggia di quei video mi faceva ripensare ad anni ed anni di arti marziali intese in un modo decisamente diverso. Mi immaginavo scontri epici ed invece ritrovavo la violenza della strada. Nulla di quanto avevo visto nelle palestre, nei manuali, nei film. Ritenevo i pugili dei veri duri (ed è così anche oggi) eppure l’unico pugile in UFC in quel momento aveva fatto una magra figura. La verità è che non sapevo assolutamente nulla di combattimenti veri. Ora sappiamo tutti come si è evoluto quello spettacolo in sport. Lo abbiamo assimilato. I fan della prim’ora come me molto lentamente, altri invece l’hanno conosciuto nella sua forma attuale e tutto sommato più digeribile rispetto ai primi eventi che lasciano comunque scioccati anche molti fan delle MMA attuali. Il punto è che nonostante l’evoluzione dello sport un minimo comune denominatore con quei primi eventi è rimasto e non mi riferisco all’Ottagono. Ma ad una parola che spaventa: violenza.

Il dibattito è aperto.

*Ringrazio sentitamente Jonathan Snowden e SB Nation che mi hanno concesso la traduzione e pubblicazione dell’articolo “Does Warrior’s Box Office Failure Show The Mainstream Is Still Not Ready For MMA And The UFC?” pubblicato il 19 Settembre 2011 su MMA Nation all’interno di SB Nation.

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