“Minotauro” Nogueira: la ragione, l’istinto, l’orgoglio

Pop! Nonostante le sovrastanti urla della folla di Toronto, nonostante il riverberare della mia voce nella cuffia pressata sulle mie orecchie. Pop! L’ho sentito chiaro e distinto. Pop! E’ il suono che riesco a sentire anche ora se mi concentro e ripenso a quell’istante. Pop! E’ il suono onomatopeico che ho sentito in cuffia nel buio mia postazione insonorizzata a Sky nel momento in cui si è spezzato l’omero del braccio destro di Antonio Rodrigo “Minotauro” Nogueira durante la diretta di UFC 140.

Questo è il ricordo sonoro della notte scorsa che rimarrà più vivo nella mia memoria, quello che descriverò ad amici e conoscenti quando mi chiederanno con finta curiosità di queste mie intense nottate trascorse a commentare uno sport che loro, con ogni probabilità, non considerano tale. Questo il ricordo più deflagrante che narrerò lentamente e con dovizia di particolari osservando sadicamente i loro sguardi tra il disgustato e lo smarrito. E so per certo che nella loro testa penseranno ad una sola parola. Una ed una sola: violenza.

Fortunatamente quelli come noi, quelli che riescono a cogliere la brutale bellezza di questo sport, sanno che violenza è ancora una volta l’ultima parola che ci verrebbe in mente di associare ad un momento tanto visivamente disturbante quanto emotivamente coinvolgente come quello che abbiamo visto e vissuto con il fiato sospeso nella rivincita tra Frank Mir e Antonio Rodrigo Nogueira.

Sappiamo però che nonostante la sua ovvia natura disturbante quel momento va visto e rivisto centinaia di volte. Sezionato al rallentatore. Non per morbosa attenzione o – peggio – sadismo ma per cogliere l’essenza di un fondamentale della logica nel combattimento sportivo: il difficile equilibrio tra istinto e ragione.

E allora facciamo partire la nostra moviola mentale ed avanziamo velocemente con il “fast-forward” fino al momento topico.

Mir, chiaramente scosso e in difficoltà, instabile sulle gambe, colpito dalle bordate di Nogueira affilate in ore e ore di allenamento, si lascia quasi cadere al tappeto tentando di aggrapparsi disperatamente ad una gamba di Big Nog per istinto di pura sopravvivenza. Il brasiliano lo segue al tappeto ed in posizione dominante deve solo svolgere bene il suo compito provato e riprovato in allenamento: colpire in “ground and pound” con tutte le energie in corpo e portare a casa una vittoria che pare certa ed imminente. Il pubblico di Toronto erutta come un vulcano. Tutti in piedi aspettando da un momento all’altro lo stop arbitrale.

Herb Dean, arbitro veterano, osserva da vicino l’azione concitata ed ordina ripetutamente a “Minotauro” di evitare i colpi vietati dal regolamento sulla nuca di Mir. E’ probabilmente in quel momento che nella testa del “Minotauro” cambia qualcosa. L’istinto killer è richiamato alla razionalità. E’ ingabbiato dal regolamento. In una rissa da strada i colpi sulla nuca nessuno li avrebbe sanzionati. Non ci sarebbe stato alcun richiamo. Rodrigo però non è un rissoso da strada. E’ uno sportivo conosciuto e rispettato a livello internazionale. Da combattente sportivo quale è rispetta quindi immediatamente la direttiva di Dean. Basta una frazione di un istante ed è la ragione ad avere la meglio nella testa di Rodrigo: gli si accende una lampadina. Perché finire in “ground and pound” un fighter che tre anni fa gli ha inflitto la sua prima sconfitta per KO tecnico dopo quasi dieci anni di autentiche battaglie? Perché non dimostrare al suo avversario, a tutto il mondo ma soprattutto a se stesso che l’arte soave, per cui è noto ed apprezzato, può procurargli una vittoria ancora più schiacciante? Mettere a dormire il suo avversario diventa l’imperativo. La ragione ha così la meglio. Rodrigo abbandona l’assalto selvaggio e un po’ triviale fatto di colpi martellanti e opta per una finezza tecnica che sa, dall’alto della sua prestigiosa cintura nera di jiu jitsu brasiliano, di poter padroneggiare in assoluta tranquillità. Opta per una fluida e ragionata transizione in ghigliottina. Qualcosa però non va per il verso giusto, prova a commutarla in un altro elaborato strangolamento ma ha ormai concesso qualche secondo di troppo al suo avversario che ora non è più stordito dai colpi che lo stavano inesorabilmente spegnendo. Prova a recuperare ed è pronto a controllarlo prendendogli la schiena. E’ in quel momento che si rende conto che solo la tecnica può salvarlo. Ma immaginate la sorpresa quando scopre che il suo avversario, che già aveva sottovalutato la prima volta che si erano incontrati, gli sta giocando nuovamente un brutto scherzo. Lo ha nuovamente sottovalutato. Ecco l’errore. Mir gli ha isolato il braccio destro e spostando abilmente il peso gli impedisce di cingergli la schiena anche perché, muovendosi con un’armonia che non sembra appartenere ad un bestione di centodiciotto chilogrammi, transita nel cosiddetto controllo laterale aggiustandosi nel frattempo una ricercata kimura. Una kimura. La micidiale leva al braccio già nota nel judo con l’esoterico nome di “gyaku ude garami” che dal 1951 i brasiliani iniziarono a chiamare kimura in onore al judoka giapponese Masahiko Kimura, colui che spezzò il braccio di Helio Gracie, leggendario fondatore dei jiu jitsu brasilano, in uno degli incontri più famosi e mitizzati della storia degli sport da combattimento.

“Minotauro” non ha avuto certo il tempo di elaborare tutte queste congetture. Anzi, più pragmaticamente avrà pensato: “sono nella merda.” Sì perché da quella posizione – spalle a terra intrappolati dal suddetto bestione di centodiciotto chilogrammi – c’è ben poco da fare. Big Nog ne è consapevole. E’ il Re del Brazilian Jiu Jitsu nella categoria pesi massimi da più di un decennio e non può aver fatto un errore simile. Non può farsi sottomettere, per la prima volta in carriera, proprio da colui che lo ha messo Ko per la prima volta tre anni prima. Rodrigo prova a ragionare. Velocemente. La ragione e la tecnica possono arrivare fino ad un certo punto. Ne è consapevole. Poi torna a subentrare l’istinto. Istinto di sopravvivenza questa volta. Ma se il comune istinto di sopravvivenza suggerirebbe di salvarsi, di sopravvivere, l’istinto di sopravvivenza di un autentico guerriero suggerisce esattamente il contrario: lottare fino alla fine. Fino alle estreme conseguenze. Pop! Giustappunto.

Ora sarebbe nuovamente dovuta subentrare la ragione. Istinto di sopravvivenza nelle MMA di fronte ad un tentativo di sottomissione dovrebbe essere sinonimo di resa. Tap, tap, tap. Il picchiettare di una mano e l’arbitro interviene e l’azione è finita. Il dolore finisce in un istante. E sabato notte Herb Dean era lì attonito ad attendere invano di vedere la mano di Nogueria picchiettare con il palmo sulla schiena di Mir in segno di resa sportiva. Così non è stato. Ha visto invece Big Nog roteare su sé stesso e giocarsi la sua partita a scacchi con Frank Mir anche quando era palese che lo scacco al Re era inevitabile.

E allora la nostra moviola al rallentatore con un piano sequenza si sofferma sul volto di Rodrigo contrito in una smorfia di dolore mentre Frank – con estrema precisione tecnica – gli applica un kimura tanto letale quanto elegante nella sua esecuzione. Herb Dean, l’arbitro che ne ha viste tante di situazioni estreme, attende la resa. Attende di udire: tap, tap, tap ed invece sente un sordo, schioccante, improvviso ed inevitabile: Pop! Come nelle mie cuffie nella sala commento insonorizzata di Sky. Lo sente e lo riconosce come famigliare. Ha un buon orecchio Dean e ha già sentito quel suono in passato. Interrompe l’incontro esattamente come aveva fatto nel 2004 quando Mir ruppe l’avambraccio di Tim Sylvia conquistando così il suo primo titolo mondiale. In quell’occasione lo stesso Sylvia non si era accorto di avere subito un’importante frattura ma l’orecchio di Herb Dean aveva sentito bene.

Così come allora, anche questa volta, Dean interrompe l’incontro e, solo in quel momento, quasi come un riflesso condizionato dettato dall’istinto di conservazione, Rodrigo picchietta sulla schiena di Mir. E’ più una constatazione di sconfitta che una resa vera e propria. La ragione che prova tardivamente ad avere la meglio sull’orgoglio. Mir scatta in piedi a festeggiare la sua giusta vittoria.

Il volto di Rodrigo ora è incredulo ed osserva al suo fianco il braccio divelto e privo d’anima. Lo osserva come se non gli appartenesse. E’ un corpo estraneo, sconfitto. Poi il dolore lo assale, chiude gli occhi e si porta una mano al volto intriso di sudore. Resta disteso al centro dell’Ottagono ad attendere l’ingresso dei medici nella gabbia. Sul suo volto la fierezza e l’orgoglio di un guerriero di altri tempi.

*** Nota: La straordinaria fotografia in cima a questo articolo è stata scattata da Ed Mulholland per ESPN.COM.

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