Brock Lesnar: la spada ha infine trafitto il vichingo

Una spada enorme tatuata sul petto è uno dei tratti caratteristici dell’iconografica e statuaria figura di Brock Lesnar. Un tatuaggio che di primo acchito suggerisce un immaginario brutale e minaccioso da moderno vichingo. Quella enorme lama affilata punta dritto alla gola di Brock, in quell’incrocio di nervi in corrispondenza di esofago e trachea in cui i tessuti sono più molli e vulnerabili anche per un energumeno di un metro e novantuno centimetri per oltre centoventi chilogrammi. Se quella spada fosse reale basterebbe abbassare la testa per uno solo istante – per il tempo di uno starnuto – e la morte per dissanguamento sarebbe inevitabile. Quella spada tatuata in quella precisa posizione evoca una situazione di costante ed imminente pericolo. Simboleggia una situazione da cui non si può sfuggire. E’ li per ricordare costantemente che tutto può finire in un istante. In buona sostanza é una diversa rappresentazione grafica della metaforica spada di Damocle.

Nel 2004 Brock si fece tatuare quella spada per ricordarsi di uno dei periodi più bui della sua vita, un periodo in cui era dipendente da alcolici e antidolorifici, un periodo in cui aveva volontariamente abbandonato una proficua carriera da “atlet-a-ttore” nel wrestling WWE per tentare di recuperare la sua integrità da atleta provando, con poca convinzione e ancor meno risultati, la difficile strada del football americano NFL. Quel tatuaggio avrebbe dovuto essere un monito delle improvvise avversità della vita: cambiare la strada vecchia per quella nuova è sempre un rischio e tutto può accadere. Al tempo Brock non poteva però pensare che quella spada avrebbe poi assunto un’altro ipotetico significato ancor più profondo ed inquietante, soprattutto per un atleta professionista. Infatti dal 2009 Brock ha scoperto di convivere con la spada di Damocle di una malattia cronica: la diverticolite.

La diverticolite è una patologia cronica dell’apparato digerente che causa febbre, spasmi, vomito e soprattutto trafigge in modo doloroso l’addome di chi ne è colpito. I dolori provocati dalla diverticolite possono essere tanto insopportabili quanto debilitanti e la malattia può arrivare, negli stadi più avanzati, a provocare vere e proprie lacerazioni interne che possono causare anche la morte per emorragia interna. La diverticolite è, a tutti gli effetti, la spada che ha trafitto la vita di Brock Lesnar. Con la malattia Brock ha scoperto di essere vulnerabile come tutti gli altri. Lui che da sempre aveva creduto fermamente al mito di essere dotato di una genetica superiore. Glielo dicevano fin dagli anni della scuola i suoi pochi amici, glielo dicevano i suoi allenatori di lotta libera quando vinceva titoli su titoli ai tempi del college, glielo hanno poi ripetuto i suoi datori di lavoro prima in WWE e poi in UFC ed infine lo hanno ammesso a denti stretti anche i suoi colleghi ed avversari. Ma anche l’essere umano più forte nulla può contro la natura e contro il destino. E la natura dice che chiunque può ammalarsi. E’ una spada di Damocle che riguarda tutti.

L’impatto fisico che la malattia ha avuto su di Brock è cosa nota: un’enorme cicatrice interna causata dall’asportazione chirurgica di circa trenta centimetri di intestino. L’intervento chirurgico ha messo fine al costante tormento fisico. Ma è chiaro che non ha messo fine al tormento psicologico di sentirsi costantemente minacciato da una spada puntata alla gola. I medici gli hanno spiegato che la malattia è sostanzialmente sconfitta, a patto di seguire una dieta accurata ed uno stile di vita salutare, ma c’è una piccola percentuale di possibilità che possa tornare, come un incubo, in qualunque momento. E’ già successo una volta e può succedere ancora in futuro. Convivere con una patologia potenzialmente cronica non è cosa facile. Si avverte la consapevolezza della fatidica spada perennemente puntata. Permane infatti in qualche recondito angolo dell’inconscio la paura che la malattia possa tornare a manifestarsi. E la paura – è cosa nota- ha un odore. E quell’odore l’ha sentito Alistair Overeem venerdì notte quando – come un cecchino – ha freddamente preso la mira prima di assestare il poderoso e paralizzante calcio al fegato che ha abbattuto Lesnar come una animale ferito. E’ così che Brock si è accasciato a terra, poco dopo essersi contratto in una grottesca smorfia di dolore a scoppio ritardato, esattamente come se fosse stato colpito da un proiettile. Ironia della sorte Brock, che nel tempo libero ama dedicarsi a cacciare selvaggina, è diventato facile preda di Overeem, che dentro la gabbia l’ha metodicamente braccato senza tregua.

Venerdì notte Brock non è stato sconfitto da Overeem ma dalla diverticolite. Ne è consapevole. Quei due anni difficili trascorsi lottando con la malattia, a cui ha fatto riferimento nel l’intervista dopo l’incontro, sono la causa palese del suo ritiro. Lo aveva già preventivato, ne aveva parlato con sua moglie. A lei e ai suoi figli aveva già promesso che si sarebbe ritirato presto. In caso di vittoria avrebbe al massimo combattuto un ultimo match contro il campione del mondo Junior Dos Santos. Poi, vincente o perdente, si sarebbe ritirato. Non sono i discorsi di un atleta in salute, non sono i discorsi di chi ha fame di vittoria. Sono piuttosto i discorsi di un veterano a fine carriera. Per questo motivo nella gabbia con Overeem non avrebbe nemmeno dovuto entrarci. E’ entrato già sconfitto. Il suo sguardo non era più quello del predatore a cui eravamo abituati. Non c’era più traccia del rabbioso animale che sbavava digrignando i denti contro la gabbia a favore di telecamera, non c’era traccia dell’arrogante ed istrionico showman che nel giro di pochi secondi riusciva ad offendere un importante sponsor UFC e ad informarci delle prodezze sessuali che di li a poco avrebbe compiuto con sua moglie per festeggiare la vittoria sul rivale Frank Mir.

In quattro anni abbiamo visto due Brock Lesnar ben distinti. Il primo veloce, reattivo, aggressivo, capace di atterrare gli avversari con fulminei takedown e di martoriarli con colpi da bullo arrogante: Mir, Herring e Couture ne sanno qualcosa. Il secondo goffo e macchinoso, evidentemente timoroso di subire colpi, dei match contro Carwin, Velasquez e Overeem. Riguardatevi tutti i suoi incontri, guardate come si muove, come attacca, come reagisce agli attacchi: non è lo stesso atleta ma nemmeno lo stesso uomo. Il linguaggio del corpo dice molto.

Nelle interviste stessa storia: irriverente al limite del fastidioso il primo, insicuro e quasi bonario il secondo. La metamorfosi da predatore a preda è evidente passando in rassegna in ordine cronologico i suoi incontri. E non è solo questione di vittorie o sconfitte. Nell’intervista con Joe Rogan dopo la sconfitta nell’esordio UFC contro Mir traspariva la rabbia della bestia che era stata intrappolata in un tagliola, sotto forma di leva al ginocchio, proprio quando era in procinto di sbranare la sua preda. Al contrario nella vittoria con Carwin si è capito che qualcosa non andava. Nell’intervista post match era chiaro che la bestia aveva lasciato spazio all’uomo. Lesnar risultava cambiato, addirittura simpatico. Lui che fino ad allora era stato il bullo per eccellenza! La spiegazione? Lesnar aveva già incontrato la diverticolite. Aveva già pianto per la malattia sotto una doccia calda al ritorno dal ricovero in ospedale. Si era sentito debole e vulnerabile.

Una notte era stata la fragile donna che aveva scelto come moglie a salvargli la vita guidando per ore tra i boschi in una folle corsa verso l’ospedale mentre lui si contorceva dolorante raggomitolato sui sedili posteriori dell’auto. Quella notte, lui che aveva scelto di vivere isolato, solo con la sua famiglia in mezzo alla natura selvaggia di Alexandria – un paese del Minnesota che accoglie i suoi sporadici visitatori con un enorme statua di un vichingo di nome Big Ole – si era sentito, per la prima volta in vita sua, fragile. Fin troppo fragile. Umano. La bestia all’interno di sé, quella stessa metaforica bestia che ama citare nelle interviste, lo aveva abbandonato.

Per questo la posizione fetale di difesa passiva assunta mentre subiva il “ground and pound” nei match contro Carwin e Velasquez racconta più di mille disamine tecniche. Per non parlare dell’epilogo della sua carriera nell’Ottagono. Accovacciato, spalle contro la gabbia, chiuso a riccio su se stesso impegnato in un grottesco tentativo di difendersi dalla violenza dei colpi al volto di Overeem. Un’immagine che suscita pena e compassione. Ed è paradossale provare pena e compassione per un enorme guerriero vichingo con un enorme teschio tatuato sulla schiena ed una spada tatuata sul petto. Ecco perché il ritiro di Brock Lesnar è giusto ed auspicabile che resti tale. La spada ha trafitto il vichingo due anni fa. E da allora non è più stato lo stesso.

 

Nella storia delle MMA Lesnar verrà ricordato in tanti modi. Positivi e negativi. Chi lo ricorderà come un fenomeno e chi come un bluff. Di sicuro sarà ricordato come colui che ha fatto incassare tanti soldi all’UFC, come colui che ha guadagnato più di tutti nel più breve arco di tempo, come colui che ha avvicinato tanti nuovi fan a questo sport, come colui che non ha dovuto fare la gavetta ed ha avuto l’opportunità di bruciare le tappe confrontandosi da subito con gli avversari più forti che l’UFC poteva offrirgli: due ex campioni del mondo UFC (Couture, Mir) un veterano con quaranta battaglie alle spalle (Herring), due prospetti al tempo imbattuti (Carwin, Velasquez) e un pluricampione di MMA e K-1 (Overeem).

Quando è entrato in UFC nel 2008, a trent’anni, sapevamo che era uno showman WWE con un illustre passato da lottatore liberista NCAA con uno straordinario record di centosei vittorie e sole cinque sconfitte. Ora, a trentaquattro anni, alla fine dell’avventura nelle mixed martial arts, sappiamo che il suo record è un modesto cinque vittorie e tre sconfitte contro avversari di alto calibro. Purtroppo non sapremo mai come sarebbe andata se non ci fosse stata di mezzo la malattia ma sappiamo per certo che ci siamo divertiti a guardarlo combattere.

3 likes

About author Vedi tutti gli articoli

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

/* ]]> */