Filmare la morte è la nuova frontiera dell’informazione.

Nella giornata di sabato come ormai tutti sanno è morto un ragazzo di nome Piermario Morosini. Fino a sabato io, come tanti altri italiani, ne ignoravo l’esistenza. Dopo un paio di giorni, avendo subito solo informazioni passive, senza essermi soffermato troppo sulla notizia mi rendo conto si sapere molto di lui. Troppo. Più di quanto avessi richiesto. E vedo troppa commozione artefatta da parte di chiunque. Oltre a provare un sentimento di umana pietà per un povero ragazzo scomparso in circostanze sfortunate provo anche vergogna per chi non ne prova. Sì perché dobbiamo renderci conto che lo abbiamo guardato morire con occhio voyeristico e poi ci siamo voltati dall’altra parte e abbiamo detto: “Povero ragazzo, è stato tanto sfortunato.” Subito dopo abbiamo guardato il dolore dei suoi compagni di squadra e delle persone a lui vicine. Questo è quello che è stato fatto. Provo vergogna. E so di non essere il solo. Si potrebbero fare tante riflessioni filosofiche, anche profonde sul motivo per cui ci soffermiamo collettivamente a guardare quelle immagini, sul perché vogliamo dare una sbirciata dietro al fatidico sipario. Ma io che sono molto terreno ci vedo qualcosa di profondamente offensivo e pornografico in quelle immagini. Nessuno dovrebbe avere il diritto di filmare la morte di un essere vivente. Tantomeno di trasmetterla, più e più volte, sezionandola con dovizia di particolari. Quando poi la visione diventa collettiva e mascherata  da “informazione” significa che abbiamo passato il segno. Siamo al punto di non ritorno.

Ma come ci siamo arrivati? Negli anni ’60 e ’70 ebbero un discreto successo i cosiddetti “Mondo Movies”, un sotto genere cinematografico dove si mostravano con sguardo compiaciuto varie brutalità di paesi lontani ed esotici e meno civilizzati rispetto al nostro piccolo e rassicurante mondo occidentale. Eravamo ben lontani dall’informazione veloce e globalizzata di oggi. Nel tempo si scoprì che molti di questi film, mascherati da cinedocumentari, erano spesso frutto di finzioni e mistificazioni da parte dei registi e che molte delle morti “filmate” erano perlopiù finte. Ma poco importava al pubblico che pagava il biglietto allettato dalla visione di immagini progressivamente più scioccanti. Nei ’90 le cronache raccontavano con ricorrenza dell’esistenza di commerci clandestini di famigerati “snuff movies”, ovvero filmati clandestini e fuorilegge di uccisioni. Che io sappia, nonostante il grande clamore suscitato, non ne è mai stata provata la reale esistenza. Al contrario le tv americane, sempre all’avanguardia su queste cose, erano già avanti con il trasmettere immagini di inseguimenti, rapine e conflitti a fuoco con conseguenti decessi. Nel 1987 si arrivò addirittura al suicido in diretta del politico americano Budd Dwyer che però prima di spararsi, durante una conferenza stampa televisiva trasmessa in diretta, pronunciò le seguenti parole: “Per favore, lasciate la stanza se questo vi può turbare”.

11 Settembre 2001. Il mondo dell’informazione cambia. Tutto accelera. Non ci viene data la possibilità di spegnere la tv “se qualcosa ci può turbare” perché dobbiamo sapere. E’ importante essere informati, è importante per il nostro destino. Ci dicono che il mondo è cambiato. Per farcelo capire meglio ci abituano ad immagini progressivamente più violente. Iper realistiche. La morte in diretta è stata definitivamente sdoganata dai TG che in un modo o nell’altro vi avevano flirtato a lungo. E’ il trionfo della Real TV. Ogni fatto di cronaca vale la pena di essere visto e rivisto. Se è cruento diventa più interessante. Dalla tv a youtube il passo è breve. Altro fast-forward. Nel 2009 le immagini di Neda, la ragazza iraniana uccisa per strada durante le manifestazioni a Teheran, vengono viste e riviste da millioni di persone sia in tv che sul web. Queste immagini scioccanti sono vivisezionate a tal punto che si inizia a parlare di un falso avvalorando tale tesi soffermandosi su dettagli che in teoria non si sarebbero mai notati essendo giustamente sovrastati dall’intensità delle immagini. Si è trattato di un’operazione video chirurgica che ha anestetizzato l’impatto emotivo delle immagini. Abbiamo iniziato a guardare oltre la morte per carpirne la veridicità o significati altri.

Ora ci siamo spinti anche oltre. Ci siamo spinti a dare nuovi significati alla realtà filtrandola costantemente attraverso l’occhio vitreo di una telecamera o di un telefonino. Il dramma sportivo sembra essere la nuova soglia del voyerismo da reality show che ci sta attanagliando. Lo sport, sinonimo di salute e di vita per antonomasia è l’ultima frontiera da esplorare e vivisezionare nel nuovo ordine mediatico mondiale. Lo sportivo che si accascia fa audience. E allora via a ripercorrere tutte le tragedie in diretta nello sport, scartabellando tra episodi ed archivi dimenticati. Filmare la morte di un giovane sportivo sembra ormai essere cosa normale. Anzi cosa buona e giusta. A questo punto lancio un suggerimento: le esecuzioni in diretta farebbero esplodere gli indici d’ascolto. Proponiamo anche quelle? Oggi più che mai sono convinto che siamo andati oltre l’immaginabile ed è indubbiamente venuto il momento di ripensare qualcosa nel mondo della comunicazione.

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