I più grandi di tutti (riflessioni sul film di Carlo Virzì)

I più grandi di tutti poster

I più grandi di tutti posterUna commedia agrodolce con un taglio intimista e nostalgico costruita su una vicenda che rende omaggio all’underground del rock alternativo italiano anni ’90. Questa in estrema sintesi la cifra stilistica della seconda opera alla regia di Carlo Virzì, fratello ed autore delle colonne sonore del più noto Paolo, regista di cult come “Ovosodo”, “My Name is Tanino” e “La prima cosa bella”.

Carlo, come ex cantante e chitarrista degli Snaporaz, band di fine ’90, non deve aver faticato ad inserire nei film rimandi e citazioni dell’underground rock italiano. Tic, vizi e virtù dell’ambiente rock sono ben tratteggiati: centinaia di chilometri macinati in furgone, concerti in birrerie di provincia, sogni di gloria e (dis)illusioni artistiche, cliché da rockstar, delusioni personali e professionali.

Lo spettatore medio, completamente digiuno di questo tipo di dinamiche (in parte accennate anche in “Non pensarci” di Gianni Zanasi), troverà probabilmente fumettistici i personaggi, mentre invece chi ha vissuto anche solo in parte l’ambiente, non faticherà a ritrovare persone reali del cosiddetto indie rock italiano, che loro malgrado vivono esistenze tragicomiche. In “I più grandi di tutti” si ride e a tratti si prova una certa tenerezza per i personaggi che, tutto sommato, sono normali quarantenni che si sono ritrovati adulti quasi senza accorgersene. Sono quelli che potremmo definire “ad(ult)olescenti”. Loris, Mao, Sabrina e Rino (interpretati rispettivamente da Alessandro Roja, Marco Cocci, Claudia Pandolfi e Dario Cappanera) sono infatti gli adulti mal cresciuti dell’Italia del precariato, dell’insoddisfazione personale, del post edonismo, che vivono la vita per inerzia e con un fondo di insoddisfazione.

Tutti e quattro gli ex componenti della immaginaria – ma non troppo – band dei Pluto si sforzano, nella loro vita da adulti, di essere qualcosa che non sono. Subiscono la vita piuttosto che viverla. Si sentono vittime degli eventi più che protagonisti. Protagonisti in fondo lo sono già stati quando dieci anni prima erano rocker di provincia. Protagonisti perché avevano assaggiato i cosiddetti cinque minuti di popolarità di Warholiana memoria. E’ così che rivivere quei fatidici cinque minuti, appena se ne profila la possibilità, attraverso l’intervista ed il concerto organizzati dal giornalista fan Ludovico (Corrado Fortuna), diventa quasi una necessità, ora che la vita li ha risucchiati nella grigia routine.

Anche solo un simulacro di un concerto finisce per essere meglio della realtà.

Il rock quindi come via di fuga dalla realtà sembra essere la chiave di lettura del film. Quello stesso rock, un tempo simbolo di ribellione giovanile verso la società codificata e conservatrice e poi confuso rantolo politico, ora è classico, codificato e rassicurante come un riff di chitarra elettrica. Il rock per i protagonisti del film è inconsapevole rappresentazione fittizia di ciò che fu. La nostalgia prende il posto della ribellione. Nella liturgia della rappresentazione rock anche il pubblico così stereotipato e prevedibile diventa indistinguibile ed intercambiabile come le comparse di Cinecittà. Basta una t-shirt con il nome della band per appartenere alla tribù del rock. Questo tipo di riflessione, consapevole o meno, funziona alla perfezione in questo film e diventa intrigante metatesto.

Di questo tipo di meccanismo ne sembra essere ben consapevole anche Ludovico, il giornalista paraplegico, che suo malgrado è costretto a vivere di nostalgia.

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