Domenica 20 Maggio 2012 ore 4.04: il terremoto

Rispondo all’ultimo twitt di un amico verso le 2,30 di notte, appoggio l’iphone sul comodino e mi corico. Di fianco a me Alice, che nei weekend in cui non lavoro dorme da me, si è addormentata già da un’ora. Io invece fatico a prendere sonno. Sono inspiegabilmente irrequieto, quasi ansioso. Cerco la giusta posizione e sistemo il cuscino più volte, passa un po’ di tempo. Penso che potrei alzarmi e guardarmi in diretta i match della Strikeforce. Poi ci ripenso e mi dico: li guardo tranquillo domani. Domani.
Credo di addormentarmi. Alle 4,04 inizia l’incubo. Alice nel letto sussulta qualcosa che non comprendo e mi afferra il braccio destro. Mi sveglio. O forse sono ancora sveglio. Un rumore sordo, quasi un enorme spaventoso ruggito occupa i miei sensi. Mi sento sprofondare. Spalanco gli occhi. Boccheggio. Il terremoto. “E’ il terremoto” penso senza esitazioni. Forse lo esclamo anche a voce alta. Alice emette un suono che non è un un pianto e nemmeno una risata. E un suono che racchiude stupore e paura. E’ la sintesi dell’improvviso terrore. Il silenzio della notte è appena stato squarciato. Il nostro riposo violato. Siamo immersi nell’oscurità. Intorno a noi percepiamo il caos. Tutto viene scosso violentemente. Sentiamo gli oggetti intorno a noi infrangersi.  In un istante ci troviamo carponi, raccolti sul letto. Tentiamo di rimanere attaccati al letto quasi come fosse una zattera di salvataggio in balia di onde altissime ed invisibili. Qualcosa mi colpisce il braccio sinistro. Non potendo vedere cerco di affinare l’udito. Ancora schianti. Uno dietro l’altro. Sento sbattere le ante dell’armadio. La sedia con le ruote va a sbattere da qualche parte. Il ruggito si fa più minaccioso. Poi la netta sensazione che la casa stia crollando. Mi aspetto di essere travolto dal soffitto. Siamo al terzo ed ultimo piano. Ho paura di morire ma non provo quella sensazione di “vita che passa davanti agli occhi” che avevo sperimentato con l’incidente in auto. Quella sensazione aveva a che fare con la rassegnazione. Paradossalmente invece davanti al terremoto mi illudo di avere un piano. Addirittura un piano che mi convinco sia logico: proteggerci la testa e planare sul letto zattera in mezzo alle macerie. Per quanto assurdo possa sembrare. “Forse possiamo farcela” penso. Poi il ruggito si allontana e torna il silenzio. Tutto questo avviene, come scoprirò solo qualche ora più tardi, in soli venti secondi. Venti interminabili secondi al rallentatore che ricorderò per sempre.

E fortunatamente ce l’abbiamo fatta. Io, Alice e la mia famiglia stiamo bene. Nonostante le orribili suggestioni del momento la casa ha retto bene. Solo un paio di piccole crepe sul camino. A farne le spese qualche soprammobile rotto, qualche ammacco qua e là, centinaia di cd della mia collezione in frantumi e poco altro. Stupidaggini insomma. Quello che è successo da quel momento in poi, in particolare di quello che ho visto e vissuto nelle ore successive non lo racconto ma è ugualmente inciso nella mia memoria. Ho scritto queste poche righe soprattutto per me stesso, per esorcizzare quel brutto momento: per fissarlo e renderlo così più razionale e superabile. Purtroppo non è ancora finita. Le scosse di assestamento proseguono. Le persone dormono in macchina, nelle tende, nelle palestre e lo stato d’ansia collettivo è evidente. Ma nonostante tutto la vita non si ferma e va avanti come sempre. Il mio pensiero va a chi ha perso la vita, ai loro famigliari, a chi in questo momento non ha una casa dove vivere, a tutti quelli che stanno vivendo questa assurda esperienza o l’hanno vissuta in passato.

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