Chael vs Anderson 2: “Medium Rare. Cotta al sangue.”

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Secondo round. Tutto l’MGM è in piedi. Un rombo sordo sovrasta ogni cosa. Dagli spalti vola in aria anche qualche decina di bicchieri di plastica pieni di birra. Gli schizzi arrivano fino all’area destinata a giornalisti. E’ il modo di festeggiare di molti brasiliani in vacanza nella città del peccato. Il cronometro segna il minuto 1:55 e l’arbitro Yves Lavigne si frappone tra Anderson e Chael e decreta la fine del match. Chael è a terra in posizione quasi fetale. Sanguina dal volto. Sente il commentatore Michael Goldberg, nella postazione di commento a pochi centimetri dalla gabbia, urlare quasi nelle sue orecchie: “E’ finita!”. Poi sente solo un ronzio che cessa nel momento in cui si alza in piedi. Quasi istantaneamente. Incredulo. Depresso. Attonito. Insensibile a quello che gli succede intorno. “Dove ho sbagliato?” si domanda Chael. Neanche il tempo di pensare e l’Ottagono è già pieno di persone: coach, team, cameraman, medici ed anche figli del Ragno, i ragnetti vestiti di tutto punto. La voce tonante dell’annunciatore Bruce Buffer declama “Ed ancora campione del mondo dei pesi medi Aaaandersooon Siiillvaaa!” Chael sopporta a fatica il medico che gli sta medicando una ferita sul volto. Vorrebbe avere la possibilità immediata di redimersi. Non si capacita che sia finita così. Doveva essere la sua notte ma è stato battuto.

Eppure il primo round lo aveva vinto alla grande. Aveva chiuso la distanza, evitando i colpi di Anderson e lo aveva trascinato a terra nonostante la resistenza del campione brasiliano. Lo aveva sovrastato fisicamente e costringendolo spalle a terra lo aveva bersagliato con numerosi colpi di palmo alla testa. Alla fine del round la folla era esplosa all’unisono in un boato ancora più grande. Chael era passato in posizione di monta. Dominio totale. Ad ogni colpo Chael sentiva esplodere l’invasato pubblico dell’MGM Grand Garden Arena di Las Vegas. E sentiva anche crescere i fischi dei brasiliani accorsi in massa per sostenere il loro idolo. Era una bella sensazione. Di rivalsa. Attesa per due anni. Due lunghissimi anni di problemi da risolvere: prima con la giustizia americana e poi con la commissione atletica. Aveva dovuto difendersi per evitare il carcere per una brutta storia di riciclaggio di denaro ed aveva dovuto riottenere la sua licenza sportiva dimostrando di avere bisogno, per motivi di salute, della famigerata terapia sostitutiva del testosterone. Da tutto questo ne era uscito alla grande riscalando i ranking dell’UFC. Due anni difficili in cui solo il suo vecchio allenatore Scott McQuarry, i suoi unici tre amici e sua madre lo avevano sostenuto. Due anni in cui non aveva smesso di allenarsi. Due anni in cui non aveva dimenticato di essere stato a soli due minuti e 40 secondi dal diventare in nuovo campione del mondo UFC dei pesi medi in quella notte di Agosto del 2010. Sabato notte a Las Vegas Chael era sicuro di sé: sapeva di poter schiacciare l’odioso e spocchioso Ragno. Nei mesi e nelle settimane precedenti al match intervista dopo intervista lo aveva già sconfitto psicologicamente: la guerra dei nervi e delle parole l’aveva già vinta.

Fine del primo round. Chael, tornando all’angolo, sapeva già quello che avrebbe fatto un minuto dopo. Stessa strategia di attacco. Braccare Anderson dal primo istante, portarlo a terra, non dargli spazio per gli attacchi di jiu jitsu e continuare a mantenersi abbastanza attivo per non far ripartire il match in piedi. Ora si trattava di etica: si trattava di rifare tutto da capo, come nel primo incontro, senza commettere errori perché il subdolo ragno sarebbe stato pronto a tessere la sua tela di codardo brasiliano pronto a rifugiarsi nelle tecniche di BJJ. Chael sapeva esattamente cosa avrebbe dovuto fare. Aveva provato e riprovato tutti i dettagli. Sapeva anche come sfuggire ad ogni possibile tentativo di sottomissione. Negli ultimi due anni era molto migliorato. Aveva addirittura sottomesso un duro come l’ex marine Brian Stann con un triangolo di braccia da antologia. Aveva scambiato senza paura con un temibile striker come l’inglese Michael Bisping. Chael non era mai stato così pronto.  Era pronto al trionfo. Era pronto a dimostrare al mondo di essere il vero proprietario della cintura  di campione del mondo. Così pronto che aveva già deciso come avrebbe concluso la sua intervista  da nuovo campione del mondo con l’intervistatore Joe Rogan a fine match. Avrebbe detto semplicemente: “Medium Rare. Cotta al sangue.” Il pubblico sarebbe impazzito. Lo avrebbero amato ed odiato per l’eternità.

All’angolo mentre lo massaggiavano gli ricordavano cosa avrebbe dovuto fare nel secondo round, dando per scontato che sapesse cosa non avrebbe dovuto fare. A ricordarglielo sarebbe stato lo stesso Silva qualche istante dopo. Scambiare con il più pericoloso striker al mondo non è mai una buona idea. Ma quando Silva l’ha platealmente provocato abbassando entrambe le braccia in atteggiamento di sfida Chael non ha resistito all’irrefrenabile tentazione di dare una lezione a quel bullo brasiliano emulo di Muhammad Ali. E’ così che, in preda alla foga, ha scagliato forse il più goffo “spinning backfist” di tutta la storia UFC, cadendo rovinosamente a terra come un pupazzo rotto. Si è ritrovato ai piedi di Silva, accovacciato, spalle contro la gabbia, senza via d’uscita. Ha alzato la testa ed ha incrociato lo sguardo rabbioso e spietato di Silva. Non ha avuto il tempo di avere paura che Silva l’ha brutalmente punito con una violenta e fulminea ginocchiata al petto, al limite del regolamento. Da lì in avanti Chael ha lasciato che fosse il suo cuore a lottare al posto suo. Si è anche rialzato in piedi ma solo per essere maltrattato senza pietà da un Silva sempre più rude ed aggressivo. Chael è crollato nuovamente. Altri colpi e lo stop dell’arbitro è giunto quasi come una liberazione.

Nel dopo match, con lo sguardo fiero di un guerriero sconfitto, Chael ha dovuto stringere la mano al suo acerrimo nemico. L’orgoglio gli diceva di non farlo. Lo spirito sportivo gli diceva di pagare rispetto all’uomo che ancora una volta lo aveva battuto: semplicemente l’atleta migliore, semplicemente un grande campione. Poco gli importava se il Ragno aveva combattuto sporco: lo avrebbe fatto anche lui se solo ne avesse avuto l’opportunità. Chael non ha mai amato i convenevoli e le buone maniere. “In un combattimento si combatte: fine della storia” è solito ripetere. Ma quando il ragno brasiliano lo ha sarcasticamente invitato ad un barbeque a casa sua, con la sua famiglia, il volto contrito e torvo del gangster americano ha radicalmente cambiato espressione e non è riuscito a trattenere una risata in mondovisione. Possiamo però immaginare che nella sua testa abbia pensato: “Signora Silva. Medium Rare. Cotta al sangue”.

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Alex Dandi

Alex Dandi

Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

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