Londra 2012, l’inaugurazione: riflessioni sparse tramite il sogno olimpico

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Cerimonia di apertura stellare per Londra 2012, trentesima Olimpiade. Danny Boyle, regista premio Oscar per The Millionaire, non sbaglia un colpo e spende milioni di Euro mettendo però insieme un vero capolavoro di inaugurazione. Poco importa che la città di Londra queste Olimpiadi le dovrà pagare per i prossimi venticinque anni: la cerimonia è stata forse la più bella di tutti i tempi. Boyle ricostruisce il dream team di Trainspotting affidando la cura della colonna sonora agli Underworld che svolgono un lavoro eccelso. Musicalmente è una celebrazione della creatività giovanile inglese. Intesa come speranza ed energia per il futuro. La contemporaneità vissuta con entusiasmo ma con uno sguardo rispettoso al passato e una mentalità realmente progressista.

Quanto sarebbe stata diversa una cerimonia di apertura a Roma nell’anno 2012? Meglio non pensarci troppo, il rischio di intristirsi è altissimo. Di fatto i telecronisti Rai, compreso lo storico inviato londinese Caprarica, faticano a riconoscere i passaggi musicali. Annunciano in ritardo Mike Oldfield con Tabular Bels (!), spiegano che Dizzee Rascal è un rapper famoso nel quartier di East London, liquidano gli Arctic Monkeys come “un po’ di musica per i più giovani”.

Meglio pensare a come la musica ha avuto ruolo importante in questa inaugurazione made in UK. Dai Sex Pistols ai Clash passando per New Order e poi via in un caleiodoscopio di citazioni dai Prodigy ai Chemical Brothers con esibizioni live di Mike Oldfield, Dizzee Rascal, Arctic Monkeys e Paul McCartney. Per non scontentare nessuno ma sempre con quell’orecchio attento ai variegati suoni che hanno reso l’Inghilterra la miglior industria musicale al mondo. La musica, quella dei giovani di allora e di oggi che ha portato tanti soldi all’Inghilterra. Perché la musica giovane nella Terra D’Albione è sempre stata trattata con rispetto ed è sempre stata considerata un valore. In una sola parola: cultura. Non una cosa da (a scelta): perditempo, drogati, capelloni, teppisti o parrocchiani, come accade ed è sempre accaduto da noi. A Londra, ma anche nel resto d’Inghilterra, da Manchester a Brighton, da Liverpool a Bristol la musica popolare è colonna sonora della working class così come della classe dirigente. E’ un collante culturale. Musica che incanala energia ed è colonna sonora dei cambiamenti, esattamente come lo sport è veicolo di energia dinamica e simbolo di grandi valori.

La celebrazione del passato letterario con Kenneth Branagh a recitare Shakespeare, il drammaturgo che sapeva viaggiare nel futuro e scrivere dei grandi drammi  esistenziali che sarebbero rimasti immutati nel tempo. Il geniale omaggio a Tim Berners Lee, co-inventore insieme al belga Robert Cailliau del word wide web con la rivendicazione a caratteri cubitali a dominare tutto lo stadio che il web è di tutti: una dichiarazione di libertà della rete alle Olimpiadi che suona come un manifesto politico.

Ilarità ed autoironia con la Regina Elisabetta che interpreta se stessa e si tuffa virtualmente da un elicottero sul nuovo stadio olimpico insieme a James Bond (intepretato da Daniel Craig), altra icona inglese al servizio di Sua Maestà. Emozione vera anche per la presenza di un Muhammed Ali, decisamente provato dalla malattia ma che con la sua sola presenza ha dimostrato ancora una volta di essere The Greatest, il più grande.

E per finire la classica parata di tutti i duecentoquattro paesi rappresentati. Per la prima volta ogni paese ha almeno una rappresentante donna: un traguardo che arriva tardi, tardissimo, ma che non può che essere un flebile segnale di speranza per una vera uguaglianza tra i sessi nel mondo. Purtroppo alcuni -troppi- dei paesi rappresentati sono in guerra. Un tempo le olimpiadi fermavano le guerre. Oggi, a quanto pare, non è più possibile. Ma nonostante tutto negli occhi degli atleti partecipanti alla parata, soprattutto dei più giovani, si leggeva la gioia e la consapevolezza di stare vivendo un momento unico ed indimenticabile. Nelle prossime settimane vivranno infatti tutti insieme all’interno del villaggio olimpico: le star multi milionarie saranno alla pari e fianco a fianco di atleti sconosciuti e squattrinati. I famosi avranno sponsor a ricoprirli d’oro, altri si accontenteranno di una falsa medaglia d’oro simbolo di un’imprese più uniche che rare. Questi atleti condivideranno trionfi e sconfitte con i compagni di squadra, stringeranno amicizie anche con persone di paesi di cui non conoscono la posizione geografica, nasceranno anche amori, ci saranno liti furibonde e qualche piccolo grande scandalo. Qualche volto anonimo diventerà famoso e qualche famoso deluderà le aspettative. Si scriverà la storia sportiva ma, aldilà delle singole gesta sportive, saranno come sempre le storie umane e i significati simbolici dietro ai risultati sportivi a lasciare il segno nei nostri ricordi. Godiamoci le olimpiadi, costruite apposta per un grande sogno collettivo quando ancora era possibile sognare in nome di grandi ideali. Oggi più che mai abbiamo bisogno di tornare a sognare, almeno per le prossime due settimane.

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Alex Dandi

Alex Dandi

Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

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