La resurrezione, lo spirito guerriero, il dragone e la redenzione

RESURREZIONE


ATTO PRIMO. La resurrezione.

“Vi ricordate di me?” così esordisce al microfono Mike “Quick” Swick parlando direttamente al pubblico, approfittando dell’intervista post match del commentatore Joe Rogan. Una domanda retorica e liberatoria per uno degli atleti che per lungo tempo, dalla prima storica stagione del reality The Ultimate Fighter, è stato sinonimo di UFC. Swick era arrivato ad un passo dalla sfida titolata per il titolo pesi welter ma era caduto vittima di due sconfitte consecutive, l’ultima delle quali particolarmente drammatica: aveva perso i sensi mentre cercava di resistere stoicamente ad una cosiddetta “D’Arce Choke”, letale presa di soffocamento anche detta Brabo, applicata dal brasiliano Paulo Thiago. Da allora di Swick si erano perse le tracce in un rincorrersi di voci sempre più drammatiche sul suo stato di salute. Era parso chiaro a molti che Swick sarebbe stato lontano dal’Ottagono a lungo, forse per sempre, impegnato a combattere la battaglia più dura della sua vita: quella contro una rara malattia dell’esofago che gli impediva di allenarsi ed alimentarsi in modo normale. Il suo fisico era deperito in fretta e aveva perso diversi chilogrammi di muscoli. Non erano in molti a scommettere su una completa guarigione di Mike aldifuori della sua famiglia. Ma Mike sapeva che non era finita. Ha seguito le cure mediche, ha cambiato radicalmente la sua alimentazione fino a ricostruire completamente il suo fisico ed in barba ad ogni previsione ha messo KO la malattia. Sabato, dopo due anni e mezzo di assenza, il nuovo Mike Swick è tornato nell’Ottagono per affrontare il duro DaMarques Johnson. Alla fine del primo round per un beffardo scherzo del destino si è trovato intrappolato, come nei peggiori deja vu, in una insidiosa “D’Arce choke”. E’ stato in quel momento che Mike si deve essere ricordato di tutti i sacrifici degli ultimi due anni, di tutti gli sforzi fatti per superare i numerosi infortuni che nel frattempo si erano sommati alla malattia, e trovando le energie mentali in un cassetto nascosto della mente è riuscito a liberarsi dallo strangolamento. Nel secondo catartico round è risorto come una fenice dalle ceneri scrollandosi di dosso la famigerata “ruggine da ring”. Ha intercettato un calcio di Johnson, l’ha schiantato al suolo e l’ha finito con una rapida successione di pugni al mento che sono risuonati in tutta l’arena. Ora siamo certi che il pubblico si ricorda di Mike Swick. Bentornato.

 

ATTO SECONDO. Lo spirito guerriero.

Jamie Varner, poco più di tre mesi fa, a soli 27 anni contemplava di ritirarsi. Un paio d’anni fa, dopo aver perso il titolo WEC contro Benson Henderson, aveva faticato a ritrovare la via della vittoria, era stato licenziato dall’organizzazione ed era velocemente uscito dal “giro che conta”. Il suo team si era sciolto e si era ritrovato a combattere nei circuiti minori. Aveva toccato il fondo perdendo anche la voglia di combattere, il fondamentale “spirito guerriero”. Poco più di tre mesi fa un’imprevista telefonata lo aveva però risvegliato dal suo torpore. Gli veniva proposta una missione impossibile: affrontare l’imbattuto brasiliano Edson Barboza in UFC. Contro ogni pronostico Varner, con soli 20 giorni di allenamento, era riuscito nel miracolo: aveva messo KO l’ottimo brasiliano dopo averlo braccato come un invasato per  tutto l’Ottagono. Lo “spirito guerriero”, che evidentemente era venuto meno al suo temibile avversario, si era impossessato di lui.

Sabato notte, Staples Center di Los Angeles. Jamie è pronto a replicare l’inaspettata prestazione di due mesi prima. Ancora una volta ha accettato il match con meno di un mese di preavviso. Contro di lui il tenace ed irrefrenabile Joe Lauzon, altro atleta noto per il proverbiale “spirito guerriero”. Fin dai primi istanti Jamie si fa predatore: con combinazioni veloci e precise va vicino a mettere KO Joe in un paio di occasioni. Lauzon però non è mai stato tipo da lasciarsi intimidire: da lì a poco è guerra aperta. I due pesi leggeri si lanciano in una battaglia memorabile che resterà negli annali. Striking tecnico e preciso, lotta a terra giocata come una partita a scacchi, continui capovolgimenti di fronte, intensità agonistica e sportività di cui il Barone De Coubertin sarebbe andato fiero. Nel secondo round Varner colpisce malamente con un destro il cranio del suo avversario. Ouch! Frattura del metacarpo. Nessun problema, mai darsi per vinti, cambio di strategia: portare l’incontro a terra e colpire di gomito. Chi se ne frega se la lotta a terra è il terreno preferito dal suo avversario. La battaglia continua senza soluzione di continuità. All’inizio del terzo round i due sorridono, si abbracciano a centro gabbia tra gli applausi dei sedicimila presenti e poi via a scambiare colpi come selvaggi. Dopo qualche istante dall’angolo di Varner urlano: “Il paradenti! Hai dimenticato il paradenti!” L’arbitro interrompe il match, Varner sorride, si infila il paradenti e si rilancia nella mischia. Altro takedown, altro parapiglia, altro ribaltamento di fronte: Varner sta per iniziare il ground and pound quando si ritrova nella guardia di Lauzon. Sente le gambe chiudersi dietro il suo collo e il suo stesso braccio pressato contro la gola. Maledetto triangolo. Prova a resistere, mentre subisce alcune gomitate in testa. Con le ultime energie prova ancora una volta a liberarsi, sente il boato della folla affievolirsi fino a diventare un lontano brusio. Poco dopo percepisce un leggero formicolio che dalle braccia sale verso la testa. Sta per svenire e si arrende. Varner accetta la sconfitta, ma lo spirito guerriero ha vinto ancora una volta.

 


ATTO TERZO. Il ritorno del Dragone.

Flashback. UFC 140, Dicembre 2011. Lyoto Machida a terra svenuto, postura scomposta da burattino rotto, occhi sbarrati e volto insanguinato. Questa l’ultima immagine impressa nella mente dei fan UFC dell’atleta nippo brasiliano pochi secondi dopo aver subito la subdola “standing guillotine choke” da parte di Jon Jones nel loro match titolato. Sabato notte Lyoto era determinato a cancellare quell’immagine. E’ entrato nell’arena senza indossare il tradizionale karategi ma – come si suol dire – l’abito non fa il monaco e nelle arti marziali miste è il caso di dire che il gi non fa il karateka.

Più longilineo che in passato Lyoto sembra da subito molto mobile e rilassato concedendosi anche qualche movenza più istrionica del solito. Lyoto è famoso per essere maestro dell’attesa, tanto da frustrare talvolta il pubblico oltre al suo avversario. Disegna forme con le mani e le braccia, imposta la strategia, piega le ginocchia, ruota il bacino, fa confluire le energie. Schiva gli attacchi e colpisce. Schivare e colpire. Va avanti così, senza soluzione di continuità, per i cinque lunghi minuti del primo round. Nella ripresa il potente lottatore Ryan Bader, è visibilmente irritato dallo stile sfuggente ed attendista di Lyoto e dai fischi del pubblico. Pochi istanti dopo prova a rompere il gioco delle parti imposto dallo sfuggente karateka: carica a testa bassa, stile bufalo inferocito, e si scontra istantaneamente con quello che deve essergli sembrato un muro in cemento armato. Boom! Ed è KO. In realtà Machida si è limitato a frapporre un pugno tra l’offensiva di Bader e sé stesso, sprigionando così una devastante forza d’urto innescata proprio dalla foga del suo avversario che si è ritrovato sdraiato e privo di sensi. Non a caso l’acqua, come è noto, può scalfire la roccia. E così è stato. Davvero niente male per un combattente che nel suo primo periodo in UFC veniva considerato incapace di finire gli incontri prima del limite. Ora invece può vantare quattro KO netti contro atleti di valore come Rashad Evans, Randy Couture, Thiago Silva e Ryan Bader. Per lui all’orizzonte c’è una nuova sfida titolata nei massimi leggeri ma per il karate kid dell’UFC non fa differenza, perché come precisa a fine match con il suo inconfondibile “inglese da fumetto”: “The Dragon is back!” Il Dragone è tornato.

 


ATTO QUARTO. La redenzione.

Brandon Vera, la grande promessa non mantenuta. Presentato come un futuro campione e rivelatosi combattente mediocre. Brandon Vera contro tutti. Contro Shogun Rua, contro il pubblico, contro i giornalisti. Dimostrare di meritarsi il posto nel main event, dimostrare di meritarsi una chance per il titolo, dimostrare di meritarsi ancora un lavoro in UFC, dimostrare di non essere sopravvalutato. Questi i pensieri che devono aver affollato la mente di Vera nei giorni scorsi. Ad ogni intervista ha ricordato a tutti che questa volta avremmo visto un Vera diverso, più determinato e pericoloso. Altre volte aveva fatto le stesse promesse deludendo costantemente le aspettative.

Al momento del suo ingresso nell’Ottagono viene accolto freddamente: qualche applauso di cortesia e numerosi fischi. Di lì a poco i suoi detrattori iniziano a fare battutine e storcere il naso.Nel primo round è più volte in difficoltà e tenta solo una poco convincente ghigliottina. Il solito Vera, tutto chiacchiere e distintivo, deve aver pensato qualcuno. Il pubblico è tutto con Shogun. Nel secondo round stessa storia, va quasi KO e qualcuno nelle prime file sorride sarcasticamente. Da quel momento in poi, proprio mentre sta per capitolare tutto cambia. E’ evidente che l’orgoglio ha il sopravvento. Da quel momento, pur alternando geniali intuizioni nello striking a misteriose mancanze nella lotta a terra, dimostra una tenacia ed un cuore che fino ad oggi non avevamo nemmeno sospettato. A 34 anni l’atleta di origini filippine prova finalmente a zittire le critiche nei suoi confronti. Continua a combattere come un leone ferito reagendo ed incassando colpi durissimi fino a quando la folla, tutta in piedi, non inizia ad inneggiare: “Ve-ra, Ve-ra, Ve-raaa.” L’intensità del match si impenna ed un esausto Shogun Rua sembra soffrirne il ritmo. Al quarto round Shogun ritrova però la sua primordiale brutalità e sovrasta Vera con una potente scarica di colpi. Vera è in balia dei colpi, il paradenti gli fuoriesce dalle labbra lacerate. Mentre cerca goffamente di trattenerlo con una mano, viene raggiunto in viso da altre rapide bordate che lo piegano definitivamente. L’ultima inquadratura tv dopo lo stop arbitrale è impietosa: immortala un guerriero abbattuto, con i denti insanguinati e il volto contrito in una evidente smorfia di dolore. Mentre Shogun festeggia e ringrazia i fan, Vera esce dalla gabbia a testa bassa, con gli occhi pesti e il volto sanguinante per i numerosi tagli. Si alza un applauso. Sente il calore del pubblico, cosa che non gli capitava da tanto tempo. Capisce allora che non è necessario diventare campioni per essere amati dai fan. Brandon Vera probabilmente non sarà mai un atleta titolato, come ci si aspettava agli esordi, ma ha tolto ogni dubbio sulla possibilità di regalarci grandi battaglie. Si è liberato della stigma dell’atleta perfetto in palestra che non riusciva a liberare il suo potenziale nella gabbia. Questa sconfitta è più importante della sua vittoria più famosa, quella per KO ai danni di Frank Mir di UFC 65, e ne rilancia la carriera più di quanto non abbia fatto la sua ultima grigia vittoria. “The Truth” si è finalmente riscattato agli occhi del mondo delle arti marziali miste. Applausi.

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Alex Dandi

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Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

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