Jones vs Gustafsson: La Grande Bellezza (del Combattimento)

poster-ufc165-alexander-gustafsson-jon-jones-624x895
C’è qualcosa che mi lascia estasiato davanti ad un grande combattimento. Qualcosa di inspiegabile e magico. Ogni volta che ne guardo uno inizio ad agitarmi, sudo e fatico a stare fermo. Qualcuno potrebbe liquidare la questione dicendo che sono un fanatico della violenza ma so che non è così, so che si tratta di qualcosa di molto più alto ed onorevole. Si tratta di una sensazione che solo l’arte riesce a trasmettermi, al punto che inizio a pensare che si tratti di una sorta di Sindrome di Stendhal, un sintomo psicosomatico che provoca tachicardia, vertigini, confusione in soggetti particolarmente sensibili che osservano da vicino opere di straordinaria bellezza. Ed i grandi combattimenti di arti marziali miste sono senza dubbio veri capolavori di brutale artisticità. Un combattimento degno di tal nome trasmette allo spettatore attento quella straordinaria bellezza celebrata fin dall’antichità in pitture e sculture che immortalano i combattenti in opere di incredibile forza plastica. Le forme del combattimento sono qualcosa che riescono ad emozionare chi ne sa cogliere le sfumature. Anche involontariamente. A volte non sappiamo bene a cosa stiamo assistendo, apprezziamo la fisicità del confronto ed ammiriamo le tecniche ma ciò che realmente ci coinvolge è qualcosa di emotivamente travolgente che non si vede con gli occhi ma con l’anima. Quando riconosciamo un grande combattimento la nostra anima per osmosi entra nella mente dei combattenti: riusciamo a sentirne il respiro, il dolore, la fatica. La loro determinazione diventa la nostra, i loro momenti di difficoltà diventano metafore del nostro vivere quotidiano. In sostanza i nostri problemi quotidiani non esistono più per la durata di un match in cui riusciamo a sognare, ad esultare, a sentirci immortali, proprio come i grandi guerrieri.

Posso solo immaginare quindi lo smarrimento e l’adrenalina provata dal pubblico dell’Air Canada Centre di Toronto che ieri notte ha assistito di persona al match che passerà alla storia come uno dei confronti sportivi più intensi della storia delle arti marziali miste e di tutti gli sport da combattimento. Posso solo immaginarli con lo sguardo perso nel vuoto ed un sorriso ebete stampato sul volto mentre si allontanano dal palazzetto e faticano a trovare l’auto nel parcheggio con ancora in circolo l’adrenalina pompata a mille per quanto hanno appena visto e vissuto. E noi che da casa abbiamo vissuto in diretta il match non siamo andati tanto lontano dal provare le stesse emozioni, qualcuno -come il sottoscritto- si sarà alzato in piedi nei momenti più concitati bofonchiando frasi più o meno scomposte nel silenzio delle prime luci dell’alba della domenica mattina.

Sabato notte ad UFC 165, nel main event per il titolo massimi leggeri, si è infatti compiuto il miracolo, per l’ennesima volta, che ci ha mostrato la bellezza – La Grande Bellezza – dello sport che amiamo. Quella bellezza che ci mette davanti ad uno specchio svelandoci con spietata verità l’essenza di quello che siamo. Nei fighter vediamo riflessi noi stessi: aldilà degli orpelli, delle convenzioni e dei gadget che ci circondano, in ognuno di noi è presente un fighter, più o meno nascosto tra le pieghe della nostra mente. Magari non ne siamo consapevoli, magari non siamo atleti, ma siamo fighter. È nel DNA di ogni essere vivente: c’è chi lo riconosce e chi no, la differenza è tutta lì. La differenza è nell’accettazione o meno di quello che siamo. Combattere, fisicamente o figuratamente non fa differenza, fa parte della vita di tutti gli esseri viventi al mondo: nessuno escluso. Chi smette di combattere si arrende. Ed arrendersi è come morire. In battaglia, in un ring o nella vita.
Gli atleti professionisti di arti marziali non sono moderni gladiatori, non sono solo mercenari che si battono per dare vita ad un triviale spettacolo grandguignolesco a nostro uso e consumo come potrebbe pensare uno stolto osservatore che non riesce a carpirne l’essenza. Sono molto di più, sono la proiezione fisica dei nostri dolori, delle nostre avversità e del sentimento di rivalsa collettivo. Ognuno decide di proiettare una parte di sé, più o meno emotiva, sul fighter. I fighter siamo noi con le nostre storie da raccontare, con i nostri sacrifici ed i nostri dolori. I fighter prima, durante e dopo il match vivono in mondo fatto di sacrifici e di dolore. Un mondo dove le anime bruciano come le ferite sul volto del match della notte prima.11516_575738775807010_503699831_n

E mentre scrivo queste righe con le mie elucubrazioni mentali posso solo provare ad immaginare il dolore delle membra e delle anime di Jon Jones ed Alexander Gustafsson che sabato notte hanno dato tutto quello che avevano per venticinque minuti di duro combattimento che li ha ridotti allo stremo delle forze fisiche e mentali.
Quinto round. Alexander abbassa le braccia, quasi porta le mani sui fianchi, per un istante sembra cedere fisicamente e mentalmente. Sembra dire: “basta, mi fermo qui”. Il linguaggio del corpo dice tutto: non ce la fa più. Pesto, affannato, con la bocca spalancata ed i capelli biondo sangue ciondola per la gabbia girando, sempre più stancamente, intorno a Jones che a sua volta ha metà volto ricoperto di sangue ed è rigido sulle gambe. Il match rallenta per lo spazio di un respiro- il nostro ed il loro- ed i due tornano a scambiarsi bordate micidiali. È in quel preciso momento che vincono entrambi superando i limiti umani, si ergono verso l’immortalità. E vinciamo noi tutti. Cosa conta quindi il verdetto di un match nel grande schema delle cose? Nulla. Bazzecole per chi non è cieco dinanzi a La Grande Bellezza. Cosa importa chi ha vinto? Abbiamo vinto noi come spettatori, hanno vinto loro come atleti e soprattutto come uomini.

Alexander Gustafsson, sconfitto dal verdetto dei giudici, da meri numeri, ha vinto la sua battaglia dimostrando a se stesso, al suo team, alla sua famiglia, alla sua nazione, a milioni di appassionati di aver combattuto colpo su colpo con colui che è considerato il numero uno al mondo.
Jon Jones, vincitore per i giudici, ha capito (come ha svelato nell’intervista post match) che la vittoria è ben poca cosa rispetto a quanto gli ha regalato Gustafsson: il match che ha risvegliato il suo spirito guerriero. Lo spilungone svedese, in teoria poco più che un’altra pratica da sbrigare per bookmaker ed appassionati, ha donato al campione in carica il match che ne definirà per sempre la carriera, il match spartiacque, il match in cui per la prima volta il campione ha potuto dimostrare di avere un cuore pulsante. Avevamo intravisto il lato ruggente del cuore di “Bones” quando aveva deciso di non arrendersi alla leva al braccio di Belfort. Questa volta però lo abbiamo visto bene: sanguinante, gonfio, fermo sulle gambe, sfinito e zoppicante ha portato avanti il match fino alla fine supplicando il medico alla fine del quarto round di non interrompere il match nonostante la profonda e vistosa ferita all’arcata sopracigliare destra. Non solo ossa quindi ma anche cuore. Jones si rifiuta di perdere: è un dato di fatto. Non esattamente umano: non è solo lo slogan su una t-shirt sponsorizzata Nike. È questo che lo rende davvero speciale, ancor più della suo stile, della sua strategia, delle doti atletiche e fisiche. Jones rifiuta la sconfitta e l’ha dimostrato quando nel quarto round sentendosi probabilmente che il match gli stava scivolando dalle mani ha tirato fuori dal nulla una delle sue micidiali ed imprevedibili gomitate in girata. E dopo aver scosso Gustafsson lo ha braccato con ferocia ed istinto killer che solo un predatore ferito può avere.
Alexander dal canto suo è entrato nella gabbia come pesante sfavorito ed è uscito sconfitto dai giudici ma vincente. Predestinato ad essere una comparsa nella biografia della superstar Jones è uscito come comprimario, come antagonista e nemesi ideale del campione designato. Le quotazioni di “The Mauler” sono alle stelle, nel corso di 25 minuti ha fatto di più per la sua carriera di quanto non abbia fatto nelle precedenti 15 vittorie. Difficile quindi accostare la parola perdente al vichingo svedese.

E se è vero che, come dice Bruce Buffer, Jon Jones è il Muhammad Ali delle mixed martial arts da oggi sappiamo di aver trovato il suo Joe Fraizer. Con una differenza, non c’è aspra rivalità tra i due, come accadeva negli anni d’oro del pugilato tra Alì e Fraizer, ma solo grande agonismo e rispetto reciproco. Così tanto rispetto reciproco che vedere la “foto rubata” che li ritrae insieme sorridenti nella corsia di un ospedale poco dopo il match è qualcosa che apre i cuori così come l’inchino marziale a fine match. Un gesto che in tanti frangenti può essere anche essere artefatto, probabilmente abusato anche nel nostro sport e che andrebbe usato con maggiore parsimonia, ma che invece sabato notte era pienamente giustificato dai fatti.1231627_534263456653465_1449401384_n

I due non hanno preso parte alla consueta conferenza stampa post evento perché trasportati in ospedale per accertamenti e così una parte dei giornalisti e degli appassionati hanno storto il naso perché avrebbero voluto conoscere dai contendentii dettagli delle loro sensazioni durante il match. Che stolti! Davanti ad un capolavoro si sta in silenzio. L’arte non la si spiega, la si ammira e se ne comprende l’essenza istintivamente.
E l’essenza del combattimento l’abbiamo tutti carpita istintivamente fin dai primi minuti dopo il gong. In pochi istanti ci siamo dimenticati della chiacchiere sull’allungo e sull’altezza, strumentali alla promozione del match, e siamo stati rapiti da un combattimento tanto brutale, ruvido ed agonisticamente intenso quanto ragionato, studiato e cinicamente spietato come la proverbiale partita a scacchi con cui spesso amiamo accostare il nostro sport. Non a caso il gioco degli scacchi è lo sport più violento che esista come affermato da quel genio della scacchiera che è Garry Kasparov. La violenza, l’istinto e la ragione: elementi che, come ho già scritto quando commentai Henderson vs Shogun nel Novembre 2011, sono intrinsecamente presenti nel nostro sport. Allora parlai di “un quadro in movimento raffigurante uno scontro epico” ed anche allora tirai in ballo la questione della sindrome di Stendhal. Lo so sono ripetitivo ma il concetto vale la pena di essere approfondito e poi come dicevano i latini “repetita iuvant” no? E quindi torno ad affermare con rinnovata energia che le battaglie di questo tipo sono rare e come tali vanno apprezzate ed idealmente incorniciate. I venticinque minuti di guerra tra Jones e Gustafsson saranno per sempre nei nostri ricordi, come un quadro in movimento raffigurante il dipinto astratto dell’essenza della vita, con i suoi ostacoli, dolori e avversità. Ed ogni volta che vorremo potremo ripensare a quella battaglia e trarne ispirazione positiva per superare le avversità della vita, per dimostrare a noi stessi di potercela fare ad arrivare fino in fondo, come autentici guerrieri. Essere colpiti fa parte del gioco, saper incassare ed andare avanti è la vera vittoria che rende immortali.

E poi ci sono i fatti squisitamente statistici che sembrano scomparire davanti a quanto assistito ma sono notevoli. Nel primo round Gustafsson ha messo subito in chiaro che non sarebbe stato una comparsa nella biografia di Jones quando ha portato a terra il campione per la prima volta in carriera ed ha fatto di più difendendo nel corso del match ben dieci degli undici tentativi di takedown del suo avversario. I due hanno messo a segno un totale di 244 colpi nell’arco di 25 minuti, il record storico nei match titolati della storia UFC e Jones ha stabilito ben due record: maggior numero di difese del titolo (6, superando Tito Ortiz fermo a 5) e maggior numero di vittorie nella divisione massimi leggeri (13 al pari di Chuck Lidell).

Ma sono i numeri ad interessarci? O vogliamo solamente che questi due tornino ad incontrarsi? Non tanto per stabilire chi è il più forte, chi è il campione che potrà sfoggiare la dorata cintura, ma per poterne ammirare ancora una volta la tenacia, la forza d’animo, la finezza tecnica, il gesto atletico, la ferocia, l’intelligenza tattica, la Grande Bellezza.

0

About author Vedi tutti gli articoli

Alex Dandi

Alex Dandi

Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

Lascia una risposta

Your email address will not be published. Required fields are marked *

/* ]]> */