Nella notte di Natale Laura Palmer ballava drum’n’bass immobile al centro della pista.

Fine anni ’90. Andai in fissa con la drum’n’bass. Compravo tonnellate di dischi di tutti i generi e quel genere mi aveva totalmente rapito. Il battito meccanico e veloce era il battito deviato del mio cuore. Iniziai a proporlo nei miei dj set. Un disastro assoluto. Ricordo ancora di aver svuotato più di una pista con la drum’n’bass, cosa che non mi era mai successa nei dieci anni precedenti di quella che allora consideravo una carriera. Testardo come sono sempre stato la presi come una sfida personale. Riuscii anche a perdere qualche serata per questa mia fissa ma non me ne preoccupavo, non avevo certo problemi a trovarne di nuove. Nella primavera del ’99 mi misi in testa di creare un festival nazionale totalmente drum’n’bass. Fu un successo, con 12 ore di drum n bass con circa 5.000 persone accorse. Da lì costruii una piccola carriera nel genere che mi permise di iniziare a suonare in tutta Italia, a cui misi volontariamente fine in una sorta di suicidio economico, ma questa è un’altra storia che racconterò un’altra volta, se ne avrò voglia.

La storia che vi voglio raccontare è invece il mio racconto di Natale. È il racconto della nascita di un brano, che come altri si è auto generato dall’oscurità. La Notte di Natale del 1999, sabato 25 Dicembre 1999, mi ritrovai a mettere i dischi, come ogni sabato. Il bizzarro gestore, gran mangiatore di carta, aveva deciso di tenere aperto comunque il locale in cui lavoravo in una serata in cui i locali sono storicamente chiusi. “Qualcuno verrà” mi disse perentorio al telefono, costringendomi di fatto a lavorare in un giorno in cui sarei stato volentieri a casa a fissare il vuoto. Comunque suonai, poca gente e divertimento moderato ma tutto sommato la serata proseguì come tante altre. Saranno state circa le 3,30 quando decisi di concludere il mio dj set poco ispirato e molto festaiolo con un’ultima mezz’ora di drum’n’bass, questa sì sentita ed ispirata. Tempo dieci minuti e la pista iniziò a svuotarsi su un groove particolarmente scuro e minimale. Roba meccanica da mettere i brividi. Non esattamente un brano pre natalizio, per capirci. Mentre la sala si svuotava velocemente di tutta l’umanità presente, diventando sempre più fredda, solo la cadenza della strobo bianca mi permetteva di intravedere le sagome delle persone che si allontanavano al rallentatore nel buio. Tra fumo e stanchezza fissavo la sala in bianco e nero perdendo qualche fotogramma qua e là. I timpani mi si chiudevano lasciando lo spazio solo per sentire una sorta di ringhio di suoni industriali aggrovigliati. D’improvviso, un attimo prima del baratro della frustazione, dopo un flash più intenso degli altri vidi lei. Laura Palmer. Si stagliava luminosa al centro della pista, vestita da Reginetta del Ballo della Scuola. Ad occhi chiusi, tenendo le braccia lungo i fianchi, si muoveva dondolando su una melodia che non c’era. Era la sua melodia. La luce strobo della disco prese la cadenza intermittente di un neon rotto all’obitorio nel momento dell’autopsia. Ancora un altro flash e vidi diverse ombre muoversi nella sala, dieci, forse venti. E poi cinquanta, sessanta. Sempre più vicine. E quindi cento, duecento ed oltre. La sala era tornata piena zeppa di gente danzante. Su quel ritmo meccanico, scuro e struggentemente malinconico. Era la notte di Natale 1999, pochi giorni prima del temuto Millenium Bug che mai arrivò. Fu così che sezionammo Laura Palmer. Entrammo nelle sue viscere e nella sua essenza.

Suonai “We Enter in Laura Palmer” per lungo tempo direttamente mixando manualmente i due dischi coinvolti: “We Enter” di Ryme Tyme nella versione di Optical e “Laura Palmer’s Theme” di Angelo Badalamenti, dalla colonna sonora di Twin Peaks. Successivamente l’amico dj White Glove (Marco Checcoli) mi aiutò a confezionarne una versione editata che venne suonata qualche volta anche in trasmissioni specializzate in radio nazionali (Rai, Italia Network, Deejay). 

PALMER

 

 

 

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Alex Dandi

Alex Dandi

Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

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