La nuda e cruda realtà sui guadagni dei fighter di MMA

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Quanto guadagna un fighter UFC?

Quanto guadagna un grande campione UFC?

E quanto guadagnano i fighter fuori da UFC?

E soprattuto quanto guadagnano i fighter che affollano le card di mezzo mondo in eventi minori?

È vero che all’estero la vita del fighter professionista è più facile rispetto all’Italia?money_chuck_liddell

Proverò a dare risposta a queste domande perché mi capita di leggere in girotante sciocchezze riguardo i guadagni dei fighter di MMA ed UFC in particolare. C’è chi pensa che entrare in UFC sia come entrare nel Paese dei Balocchi, c’è chi invece esagera dicendo che i fighter UFC sono sottopagati e vivono di stenti. Niente di tutto questo. La realtà è un’altra e va chiarita ed analizzata. Prima di rispondere però permettetemi un paio di doverose premesse che ad alcuni addetti ai lavori potranno sembrare ovvie ma che tanto ovvie non sono per la maggior parte di chi mi legge.

 

Premessa 1: i contratti UFC

È importante ricordarsi che le Mixed Martial Arts non sono solo Ultimate Fighting Championship. UFC sta alle MMA come l’NBA sta al basket per capirci. C’è tutta un universo, più esteso e vasto al di fuori di UFC che costituisce l’ossatura stessa dello sport, un bacino di atleti da cui poi UFC attinge per costruire il suo prestigioso roster. Roster che è variabile e fluttuante ma che all’incirca è composto mediamente da circa 400 atleti. Ognuno di questi 400 atleti ha contratti con clausole personalizzate, negoziate dai rispettivi manager, e con condizioni economiche variabili. Per tutti però ci sono alcuni punti in comune.

Il primo e più importante è il contratto assicurativo. UFC infatti da un paio d’anni copre completamente le spese mediche per infortuni in gara ed in allenamento di tutti gli atleti sotto contratto. In questa assicurazione sono compresi anche infortuni da incidenti extra sportivi. È insomma una bella garanzia soprattutto per quegli atleti che vivono in nazioni, come gli USA, dove non esiste assistenza sanitaria pubblica. Va da sé che in uno sport da contatto avere una ottima copertura assicurativa sulle spese mediche ed eventuali interventi chirurgici è un ottimo benefit che permette un notevole risparmio economico.

Ognuno degli atleti sotto contratto con Zuffa LLC (la società che di fatto gestisce UFC) ha lo status di “independent contractor”, questo significa che non sono dipendenti ma lavorano di fatto a prestazione, a chiamata. Il contratto può essere interrotto per giusta causa da ognuna delle due parti in qualunque momento per una serie di motivi ben precisi specificati dal contratto. Ecco perché se un atleta ha un contratto di cinque match più tranquillamente essere licenziato da UFC dopo un solo match se l’organizzazione non è contenta della sue prestazioni.

Esiste inoltre un codice di comportamento che gli atleti sottoscrivono congiuntamente al contratto ed in cui si impegnano a tenere una chiara condotta morale dentro e fuori dall’Ottagono ed a dichiarare eventuali problemi con la giustizia antecedenti al contratto per non danneggiare il brand UFC. Ecco perché alcuni atleti sono stati licenziati per comportamenti antisportivi o per condotte moralmente discutibili al di fuori della vita sportiva, addirittura antecedenti alla firma del contratto.

Altro punto molto importante e che spesso viene sottovalutato: UFC sigla contratti direttamente con l’atleta, senza intermediari. UFC infatti non firma contratti con il management o con il team a cui l’atleta appartiene. Motivo per cui ad esempio nacquero a suo tempo problemi contrattuali con la Golden Glove, il team olandese che gestiva di fatto come management Alistair Overeem e Marloes Coen. Il fatto che ci siano contratti diretti con gli atleti e non con i management è un punto focale e particolarmente innovativo che permette ai fighter di conoscere esattamente i proprio guadagni a differenza di quanto accade in altre organizzazioni di MMA, K-1 o boxe. Per fare un esempio nel PRIDE spesso giravano cifre alte che però venivano incassate dai manager che poi negoziavano cifre molto più basse per gli atleti.

 

Premessa 2: che cos’è il professionismo?

L’altra doverosa premessa riguarda un chiarimento sul significato stesso di professionismo nelle MMA. Per professionismo in generale nella vita di tutti i giorni si intende vivere della propria professione, ossia del proprio lavoro. Nello sport in generale per professionismo si intende l’utilizzo di un regolamento professionisti per cui si viene pagati per competere.

Nelle MMA non è diverso da altri sport. Con regolamento dilettanti (amateur negli USA) non si viene pagati. Con regolamento PRO si viene invece pagati. In genere le differenze di regolamento tra amateur e pro nelle MMA sono molto labili e variabili in quasi tutto il mondo. Nei regolamenti amateur (dilettanti) in USA (ed IMMAF nel mondo) ad esempio si combatte gratis senza protezioni, in genere senza gomitate a terra e si usano guanti da 6-8 once invece che da 4 come nel professionismo. Per il resto sono match molto duri che comportano grosso modo gli stessi rischi dei match PRO senza il benefit di una borsa in denaro. Negli amateur di MMA italiani (ma spesso anche in altre zone europee) il discorso è molto diverso perché si usano protezioni, paratibie e caschetti e più spesso si indica come semi pro quello che in USA è semplicemente “amateur”. Questo spesso crea un po’ di confusione che non va certo a beneficio dello sviluppo corretto di uno sport. Il discorso è complesso insomma ma senza perderci nei meandri dei regolamenti possiamo tranquillamente dire che nel professionismo si viene pagati. Dall’essere pagati per combattere al mantenersi e vivere solo di MMA però il passo è bello lungo.

Il professionismo puro, ovvero vivere del proprio sport, nelle MMA non è molto diffuso, anzi è quasi una chimera per la maggior parte degli atleti. Non è uno sport dove si vive alla grande. Nemmeno quando si arriva in UFC in alcuni casi ci si può permettere di fare gli splendidi. Fatta eccezione per una cerchia ristretta di atleti di nome tutti gli altri hanno un altro lavoro durante la carriera pro o perlomeno un piano B pronto da essere messo in atto, compatibilmente con le scelte di vita personali. Moltissimi atleti americani UFC hanno frequentato college ed università e finita la loro carriera sono pronti a mettere in pratica una possibile professione. C’è chi si dedica anima e corpo chiedendo aiuto alla famiglia magari proseguendo anche con gli studi, c’é chi si arrabatta facendo il buttafuori o lavorando nella sicurezza (tantissimi), c’é chi arrotonda con lezioni private e qualche stage quando si è già molto affermati e c’é chi semplicemente prosegue con il suo lavoro. Qualche esempio lampante? Shane Carwin, ex campione interim pesi massimi UFC ha proseguito a fare il suo lavoro di ingegnere meccanico durante la sua carriera. Chael Sonnen è stato a lungo agente immboliare, Tim Kennedy lavora tuttora nell’esercito americano, Joe Lauzon è stato amministratore di rete per parte della sua carriera, Houston Alexander ha continuato a lavorare come tuttofare in una radio durante il suo periodo UFC, il neo arrivato irlandese Neil Seery è magazziniere. Certo quando si entra nella cerchia dei top fighter al mondo della rispettiva categoria di peso tutto può cambiare ma non è detto che sia così.

 

Ora è il momento di rispondere alle domande e diffondere cifre e fatti per riportare tutti con i piedi per terra e parlare di fatti anziché di elucubrazioni mentali prive di fondamento.

 

1. Quanto guadagna un fighter UFC?

Premesso che parliamo di dati statistici puramente indicativi per i motivi contrattuali che ho spiegato all’inizio dell’articolo possiamo affermare che un fighter esordiente in UFC ha attualmente, stando agli incrementi recenti, una paga base di circa 8.000$ (circa 5.800€ al cambio attuale) più un bonus in caso di vittoria di altri 8.000$ a match. A queste cifre si possono aggiungere i bonus per “Fight of The Night” e “Performance of The Night” (gli ex KO of The Night” e “Submission of The Night”) di circa 50.000$ (36.000€ al cambio attuale) che però vengono assegnati ad un massimo di quattro atleti sui circa 20-24 presenti in ogni card. Non è quindi per niente facile assicurarsi un bonus, soprattutto se si combatte nell’undercard.

Esistono poi i ricavi dalle sponsorizzazioni. Un brand per sponsorizzare un qualunque fighter UFC all’interno di un evento deve pagare ad UFC una cifra di ingresso piuttosto ingente che taglia fuori automaticamente le aziende più piccole, sebbene in tempi recentissimi sia stata fatta una prima eccezione a questa regola (il caso Dynamic Fastener). Ad ogni modo fino a qualche anno fa, diciamo fino al 2008, un fighter poteva sperare di guadagnare con gli sponsor fino al doppio, se non il triplo, della borsa pagatagli da UFC. Gli sponsor rappresentavano quindi una fetta importante dei suoi ricavi. Dal 2008 in poi, con l’avvento della grossa crisi economica mondiale, le cose sono progressivamente cambiate e molte sponsorizzazioni si sono sciolte come neve al sole. Oggi i fighter UFC dell’undercard riescono a portarsi a casa mediamente dai 1.500$ ai 6.000$ ma in diversi casi non riescono nemmeno a trovare uno sponsor decente, come accaduto ad esempio a Mac Danzig, non certo l’ultimo arrivato essendo stato vincitore del The Ultimate Fighter. Per assurdo invece se si è un fighter UFC di livello medio alto, diciamo da 50.000$ a match è più facile trovare altri 50.000$ di sponsorizzazione. È un meccanismo perverso che in pratica premia chi è già in alto e costringe chi è in basso a fare sacrifici anche quando si è sotto contratto UFC.

Ovviamente al fighter, avendo contratto diretto con UFC, restano anche tutte le spese del caso. In genere un 10% della borsa pattuita e degli sponsor se ne vanno al team di appartenenza in cui si è svolto il training camp ed un altra cifra variabile tra il 10 ed il 30% se ne va al management in base agli accordi individuali. Ci sono poi le spese di integratori, eventuali viaggi per training camp aggiuntivi e per il cibo di prima qualità per una dieta equilibrata che sono ovviamente a carico del singolo. UFC paga inoltre per gli spostamenti e gli hotel i occasione del match del fighter e di un solo cornerman: questo significa che il fighter sostiene le spese di viaggio di almeno una seconda persona al suo angolo, mentre generalmente il team paga per la terza persona. Calcolatrice alla mano nel peggiore dei casi, ovvero combattendo un solo match, perdendolo e senza sponsor si rischiano di portare a casa meno di 4.000€ per un match UFC. A cui ovviamente vanno sottratte le tasse perché stiamo parlando di cifre lorde! Nel caso di cattive gestioni delle risorse economiche o di training camp troppo onerosi, soprattutto per gli atleti che decidono di allenarsi al di fuori della nazione di origine, si può anche andare in perdita!

È facile quindi capire che con un singolo match in UFC non si va insomma da nessuna parte. Un fighter esordiente perdente può essere licenziato oppure può avere una seconda possibilità. In caso di vittoria invece inizia una scalata progressiva dove in genere gli incassi aumentano progressivamente ma possono essere rinegoziati solo alla fine del contratto in essere. In genere UFC offre da subito tre o cinque match così da tenere bloccata la borsa per un certo numero di match evitando rinegoziazioni troppo onerose. Da 8.000$ si può passare a 10.000$, 12.000$ e via dicendo stabilizzandosi in caso di carriere medie a 25.000$ + 25.000$ per bonus vittoria e 50.000$ + 50.000$ per atleti di livello medio alto. Per essere più chiari possiamo verificare le borse dichiarate da UFC alle commissioni atletiche dal 2004 ad Ottobre 2013 ed analizzare quanto hanno guadagnato alcuni fighter tra borse e bonus. Queste cifre ovviamente non comprendono quanto incassato da sponsor o da altri bonus non ufficiali che talvolta UFC elargisce a propria discrezione ai fighter come forma di riconoscenza per prestazioni particolarmente spettacolari od altri meriti (ad esempio si riceve un premio se si guadagnano molti fan sui Twitter).

Facciamo quindi qualche esempio. Secondo il sito americano MMA Manifesto, particolarmente attento agli aspetti business delle MMA, il nostro connazionale Alessio Sakara nella sua carriera UFC ha presumibilmente incassato 309.000$ lordi tra borse e bonus ufficiali (un KO of The Night e diversi win bonus) in quindici match nell’arco di 8 anni per una media di 20.600$ lordi a match.

Ivan Serati, l’altro nostro connazionale ad aver combattuto in UFC, sempre secondo riportato da MMA Manifesto, ha incassato da UFC appena 3.000$ lordi. E la carriera UFC si è per lui sfortunatamente conclusa lì.

Altro esempio. Prendiamo Chris Leben, un volto molto conosciuto tra i fan che però non è mai arrivato al match titolato ma ha vinto numerosi bonus per i suoi match. In 21 match tra il 2005 ed l’Ottobre 2013 ha incassato 981.000$ lordi tra borse, win bonus e bonus extra (4 KO of The Night ed 2 Fight of The Night). Leben è il 42esimo fighter per incassi della recente storia UFC (dal 2004 in poi), il primo sotto il milione di dollari. Questo significa che solo 41 fighter UFC hanno incassato, sempre al netto di introiti da sponsor ed al lordo di tasse ed imposte, sopra il milione di dollari in carriera. Leben recentemente ha “twittato” un inquietante messaggio in cui ammetteva di essere in bancarotta. Il caso Leben è un caso limite di cattiva gestione finanziaria siccome ha ammesso di aver dilapidato molti dei suoi guadagni spesso non pagando le tasse, accumulando di conseguenza diverse multe.

Infine analizziamo il caso di un fighter europeo che ha esordito senza molte aspettative e si è invece rivelato potenziale atleta di alto livello: Alexander Gustafsson. Gustafsson ha esordito a UFC 105 nel 2009 vincendo ed incassando in totale 6.000$ (3.000$ per la borsa e 3.000$). Ha rinnovato il contratto prima di UFC 112 raddoppiando la borsa a 6.000$ per la borsa + 6.000$ per eventuale vittoria. Ha così incassato 6.000$ per la sconfitta di UFC 112 e 12.000$ (6.000 + 6.000) per UFC 120 nel 2010 incassando in totale 18.000$. Nel 2011 ha nuovamente rinnovato il contratto arrivando a 16.000$ di borsa + 16.000$ di bonus per la vittoria ed ha combattuto tre volte (UFC 127, UFC 133, UFC 141) vincendo sempre ed incassando così 32.000$ per ogni match per un totale annuale di 96.000$. Ulteriore step di contratto nel 2012 con 30.000$ concordati per la borsa e 30.000$ per il bonus in caso di vittoria. Anche in questo caso ha combattuto due volte vincendo sempre e quindi incassando 60.000$ per ognuno dei due match per un totale di 120.000$. Proseguendo con lo stesso identico contratto ha ottenuto il match titolato, quindi senza alcun aumento di borsa. Per attendere la sua chance titolata è stato fermo per buona parte del 2013, fino ad UFC 165 dove ha perso contro Jon Jones ricevendo solo la borsa di 30.000$ a cui si è sommato il premio per il Fight of The Night di 50.000$ per un totale di 80.000$. Da notare che così facendo nel 2013 ha quindi incassato meno che nel 2012 e nel 2011. Nel 2014 sempre con lo stesso contratto ha combattuto a Marzo vincendo contro Manuwa ed confermandosi primo contendente al titolo incassando un totale di 180.000$ così suddivisi: 30.000$ per la borsa, 30.000$ per la vittoria, 50.000$ per il Fight of The Night e 50.000$ per la Performance of The Night.

È quindi evidente che gli incassi di un fighter di successo si possono incrementare notevolmente nel giro di cinque anni a patto di vincere tanto e combattere per il titolo. Non ci è dato sapere ovviamente quanto abbia incassato dagli sponsor ma avendo esordito in UFC dopo il 2008 è probabile che fino a tempi recenti non abbia avuto sponsorizzazioni importanti. Per sopperire al problema di mancanza di sponsor per i fighter nell’undercard UFC ha alzato le proprie borse portandole da 3.000$ ad 8.000$ nel giro di cinque anni e sta studiando strategie alternative, come quella delle discusse uniformi UFC, per mettere qualche altro migliaio di dollari nelle tasche dei fighter agli esordi. Tutto questo in un ottica di una compagnia che fino al 2006 era ancora in perdita.

Possiamo quindi concludere che un fighter in UFC guadagna proporzionalmente in base alle sue vittorie, al numero di match che combatte annualmente ed alla durata della sua carriera ma che nei migliori dei casi, se non vince un titolo importante, non diventa milionario sebbene possa garantirsi una vita da benestante facendo i giusti investimenti per il proprio futuro.

 

2. Quanto guadagna quindi un grande campione UFC?

I grandi campioni UFC guadagnano tanto. Meno rispetto ai grandi campioni di altri sport ma è anche vero che lo sport è relativamente giovane esistendo di fatto dal 1993. Di conseguenza i guadagni si stanno evolvendo di pari passo sopratutto alla luce del fatto che Zuffa, la proprietà attuale, ha iniziato a generare profitti solo nel 2006 dopo aver rilevato UFC nel 2001 da SEG sull’orlo della bancarotta. Direttamente dal sito MMA Manifesto eccovi la lista dei primi 20 atleti che hanno guadagnato di più in UFC dal 2004 ad Ottobre 2013. I guadagni indicati sono sempre lordi, compresi bonus vittoria e bonus prestazione mentre sono escluse le percentuali di vendita di PPV (che molti dei top fighter hanno nei loro contratti) ed ovviamente i guadagni da sponsorizzazioni.

Georges St-Pierre $4,452,000

Chuck Liddell $4,380,000

Anderson Silva $4,297,000

Tito Ortiz $4,135,000

Michael Bisping $3,835,000

Rashad Evans $3,778,000

Quinton ‘Rampage’ Jackson $3,240,000

Randy Couture $3,045,000

Lyoto Machida $2,975,000

Antonio Rodrigo Nogueira $2,890,000

Brock Lesnar $2,825,000

Vitor Belfort $2,819,000

B.J. Penn $2,800,000

Jon Jones $2,700,000

Mauricio ‘Shogun’ Rua $2,685,000

Wanderlei Silva $2,320,000

Dan Henderson $2,150,000

Matt Hughes $2,045,000

Frank Mir $2,033,000

Junior dos Santos $2,000,000

Sempre il sito MMA Manifesto, facendo una somma molto approssimativa di introiti derivati da borse, bonus e proventi derivati dalle percentuali di vendita di PPV ha quindi azzardato questa classifica aggiornata ad UFC 158.

Georges St-Pierre $34,617,000

Brock Lesnar $23,210,000

Anderson Silva $22,681,000

Randy Couture $21,544,500

Chuck Liddell $21,495,000

Forrest Griffin $20,782,000

Quinton Jackson $20,220,000

Frank Mir $19,540,500

Matt Hughes $19,344,500

A tutte queste cifre vanno poi aggiunti i guadagni indotti da sponsor, stage, partecipazioni a pubblicità, film, ecc. Insomma quando parliamo di grandi campioni UFC stiamo parlando di autentiche star miliardarie.

3. Quanto guadagnano i fighter più noti fuori da UFC? E soprattuto quanto guadagnano i fighter che affollano le card di mezzo mondo in eventi minori?

I fighter fuori da UFC possono guadagnare di più rispetto ai fighter di medio livello che combattono in UFC se hanno avuto un passato di rilievo in UFC o PRIDE o se sono delle star a livello nazionale nei rispettivi paesi d’origine. Di conseguenza atleti UFC di medio livello possono venire pagati anche il doppio od il triplo dalle principali organizzazioni minori che provano a sfruttarne la popolarità.

Un caso eclatante fu quello dell’Affliction, il brand di abbigliamento che nel 2008 provò a fare concorrenza ad UFC. Nel giro di due soli eventi Affliction dilapidò il suo patrimonio finendo sull’orlo della bancarotta prima di essere salvata, ironia della sorte, proprio da UFC. In quest’ottica dell’utilizzo di ex star UFC gli ex campioni del mondo pesi massimi UFC Andrei Arlovski e Tim Sylvia capitalizzarono più di chiunque altro incassando da Affliction rispettivamente 2.268.000$ (per due match) e 800.000$ per un solo match. Per fare un raffronto basti pensare che i due per rispettivamente 9 e 10 match UFC tra il 2004 ed il 2008 incassarono 768.000$ e 915.000$ a testa.

Al di là di questi casi limite oggi un ex atleta UFC può sperare realisticamente di essere pagato di più in organizzazioni minori per la popolarità acquisita. Gli atleti dell’undercard delle principali concorrenti UFC, ovvero Bellator e Word Series of Fighting sono al contrario pagati mediamente molto meno: circa 1.500-3.000$ lordi in Bellator e circa 1.000-2.000$ in WSOF. Decisamente poco per viverci od anche solo per pagare le spese basilari. Tutte le altre organizzazioni minori americane possono pagare quanto Bellator e WSOF ma organizzando meno eventi annuali non garantiscono contratti duraturi. C’è però da aggiungere che in queste organizzazioni gli sponsor possono pagare direttamente i fighter senza nulla versare alle organizzazioni (come avviene in UFC) e di conseguenza l’atleta può sperare in cifre perlomeno decenti.

A livello internazionale le cose non vanno tanto meglio.

In Asia la sola ONE FC offre borse e bonus interessanti ad atleti di alto livello come Shinya Aoki, Ben Askren e Bibiano Fernandes ed una paga leggermente superiore ad atleti di medio livello con un curriculum alle spalle anche se gli eventi che organizza in un anno sono piuttosto limitati.

In Giappone attualmente le MMA non godono di ottima salute dopo il collasso del PRIDE nel 2006 e successivamente di Sengoku e poi Dream sono rimaste solo piccole organizzazioni di lungo corso come DEEP che però non possono certo garantire borse di alto livello.

In Europa la situazione è piuttosto frammentaria e ci sono un manipolo di organizzazioni che possono essere considerate superiori ad altre: M-1, Cage Warriors, BAMMA e KSW ad esempio. Queste organizzazioni possono garantire borse per gli atleti di alto livello di diverse migliaia di euro, in qualche raro caso anche di decine di migliaia di euro, ma più spesso sotto il migliaio per gli atleti emergenti. Per fare un esempio: Mamed Khalidov, una delle maggior star emergenti del circuito polacco KSW è pagato all’incirca 30.000$ per match in Polonia. Ha fatto notizia il fatto che nel 2012 abbia di conseguenza rifiutato un contratto UFC che gli offriva 20.000$ di borsa più 20.000$ in caso di vittoria. Questo perché talvolta essere una star nel proprio paese di origine può essere economicamente più vantaggioso rispetto ad essere un fighter di medio livello in una organizzazione superiore dove il livello competitivo è nettamente superiore ed i bonus rappresentano quindi un’incognita. Girano poi storie dell’orrore, raccontatemi personalmente da diversi coach ed atleti, di borse non pagate in molte organizzazioni di MMA dell’est europeo e nell’area balcanica. Infine in Italia è noto che si combatta spesso per un rimborso spese, per qualche centinaio di euro che possono diventare qualche migliaio solo per pochissimi atleti selezionati negli eventi più prestigiosi.

 

4. All’estero la vita del fighter professionista è più facile rispetto all’Italia?

La risposta è semplice: NO. In termini assoluti all’estero non è più facile diventare fighter professionista rispetto all’Italia. Perlomeno non è più facile dal punto di vista economico. Fino a quando non solo si entra in UFC ma addirittura finché non ci sia afferma in UFC, con diverse vittorie consecutive contro avversari di riconosciuto valore, si rischia di vivacchiare restando nella assoluta incertezza.

Per essere chiari: la vita di un fighter non è facile in nessuna parte del mondo ed il successo è per pochi. In compenso c’è per tutti la stessa routine da seguire fatta di sacrifici: palestra, dieta, infortuni, sparring, tecnica, dolore, infortuni ed ancora dolore ed infortuni. Tutto questo ovviamente ha un costo ed il fighter professionista generalmente ha un lavoro (a tempo pieno o più spesso part-time) per mantenersi, almeno che non sia ricco di famiglia, con buona pace della dicitura “professionista”.

Ripeto per l’ennesima volta: è così per tutti ed in tutto il mondo.

Certo ci sono delle differenze tra nazione e nazione ma non si può semplificare giungendo a conclusioni sbagliate. Ci sono vantaggi e svantaggi anche a nascere e vivere in paesi apparentemente favoriti per le MMA così come è vero il contrario. Vi spiego meglio.

Negli USA l’attività sportiva, anche molto fisica come nel caso della lotta, è promossa durante tutto il periodo scolastico, quindi molti atleti si trovano ad allenarsi nella lotta fin dalla giovane età. Vantaggio non da poco per un regolamento come quello delle MMA dove le basi di lotta libera e greco romana sono oggi importantissime. Ma niente a cui non si possa sopperire successivamente: i numerosi atleti brasiliani di alto livello ne sono la prova, il canadese GSP ne è la prova provata.

Anche dal punto di vista dei coach e delle strutture gli USA sono in cima alla catena alimentare delle MMA senza dubbio. È chiaro che se nascete in quella triste landa che é Albuquerque non avrete nulla di divertente da fare ma almeno avrete la fortuna di trovarvi il Jackson’s MMA sotto casa. Di contro se nascete nello stato di New York vi toccherà perlomeno fare centinaia di chilometri per combattere siccome i combattimenti di MMA sono vietati in tutto lo stato.

Stesso discorso in Brasile, dipende da dove si vive. In Brasile mediamente di soldi non ne girano molti eppure si sono formati fighter eccellenti e grandi campioni anche in strutture non certo all’avanguardia. È anche una questione di determinazione individuale e predisposizione al sacrificio. In Europa sappiamo che gli eventi di MMA sono vietati in Francia e Norvegia ad esempio. Di conseguenza gli atleti di quei paesi non hanno vita più facile che in Italia, proprio per niente.

Alla luce di tutto ciò è facile evincere che l’Italia non è la sorella povera di altri paesi nelle MMA. Lo è per il momento nei risultati sportivi ma non parte più svantaggiata rispetto ad altri. Ci sono anche dei lati positivi per chi sposa con determinazione il professionismo. Per fare un esempio: grazie alla poca diffusione delle MMA un ex fighter UFC popolare come Sakara può vendere numerosi stage in tutta Italia, cosa che non sarebbe possibile ad un fighter dello stesso livello negli USA per una evidente saturazione di mercato. Ci sono quindi ancora tante possibilità che possono essere esplorate e sfruttate nel nostro paese che aspettano i futuri fighter pro italiani di successo. Con un eventuale nuovo contratto TV in Italia per UFC non è difficile immaginare che si possano aprile le porte per altri atleti italiani quindi l’era dello sviluppo delle MMA italiane è di fatto appena cominciata. Ci sarebbe piuttosto da chiedersi come mai le cose si siano per un certo periodo sviluppate più lentamente che in altri paesi. Di fatto l’Italia è partita alla pari con altre nazioni presentando eventi di fighting fin dalla seconda metà degli anni ’90, in linea con il resto del mondo quindi, per poi arenarsi. Per qualche ragione però qualcosa non ha funzionato ed i nostri promoter ed i nostri atleti pionieri non hanno costruito quella rete di rapporti tale da mettere l’Italia al centro della mappa della MMA internazionali. Senza accusare nessuno ma è un dato di fatto. Tuttavia in questi ultimi quattro anni siamo cresciuti molto, per numero di eventi, per numero di atleti praticanti e per numero di team capaci di aiutare i fighter a sviluppare una preparazione tecnica ed atletica perlomeno basilare ma in diversi casi molto buona. Non dimentichiamo però che i risultati arriveranno solo con l’impegno costante e non certo accampando scuse, che tra l’altro non sussistono.

In mezzo a tante incertezze spicca però una certezza incontrovertibile: gli atleti di MMA di tutto il mondo devono sottoporsi ad una lunga, spesso estenuante gavetta, fatta di sangue, sudore e lacrime prima di avere anche la più piccola delle soddisfazioni sportive. Gli infortuni sono all’ordine del giorno quando si punta all’agonismo professionista ed in molti paesi non c’è un sistema sanitario nazionale evoluto e parzialmente gratuito come quello italiano: già solo per questo gli aspiranti fighter italiani dovrebbero ritenersi fortunati. Insomma per diventare fighter professionisti di MMA, e dare un senso alla parola professionismo, bisogna essere pronti ad una notevole serie di sacrifici fisici, mentali ed economici. Siete pronti? Bene. Il risultato finale? Non è per niente garantito.

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Alex Dandi

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Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

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