Molti fighter pro di MMA non fanno più sparring (ma nessuno ve lo dirà)

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Avete visto il match per il titolo pesi welter tra Johny Hendricks e Robbie Lawler di UFC 171? Avete visto quanti colpi si sono scambiati? 308 colpi per la precisione, con cui hanno stabilito il nuovo record di colpi portati a segno in un match titolato. Molti di questi colpi non erano piccoli jab per sondare la distanza ma veri e propri colpi pesanti da KO. Inoltre, per via della pratica del taglio del peso, entrambi pesavano intorno ai 90kg a momento del match, abbastanza pesanti per assicurare colpi da KO. Ma allora come è possibile che nessuno dei due sia andato KO con ben 308 colpi significativi scagliati in totale? Non ci siamo forse abituati a vedere molti atleti che vanno KO per colpi talvolta apparentemente meno potenti?

Beh, forse una risposta a queste domande c’è e si chiama sparring.mma-brain-damage

Spesso ci viene raccontato, oppure sappiamo per esperienza personale, che si impara a combattere combattendo. In pratica più si combatte in palestra, in allenamento, e più si impara ad attaccare e difendersi. La preparazione atletica è importante, la tecnica è importantissima ma lo sparring è fondamentale. Soprattutto per ogni professionista giusto? Sbagliato.

A quanto pare il vento sta cambiando. Sempre più professionisti di MMA di alto livello, stanno scegliendo di non praticare lo sparring pesante per evitare micro traumi cerebrali in allenamento che si potrebbero poi ripercuotere sulla capacità di assorbire colpi pesanti al momento del combattimento in gabbia.

La prova provata riguarda proprio il match tra Johny Hendricks e Robbie Lawler.

Johny Hendricks ha dichiarato nell’incontro con la stampa pre UFC 171: “Il mio caschetto è spesso oltre cinque centimetri…non prendo colpi in testa…non sono pagato per farlo in palestra, sono pagato nell’Ottagono…Ogni volta che vieni stordito diventa un po’ più facile andare poi KO. Non so quanti KO si possono prendere in una vita. Molte persone si fanno pestare in palestra…voglio invece preservarmi per i momenti importanti, e questi avvengono nell’Ottagono.” Ovviamente il buon “Bigg Rigg” sa già come combattere giusto? Sbagliato. Tutti sappiamo che Hendricks ha un background come lottatore ed ha iniziato con le MMA solo nel 2007. E fino a quel momento non aveva esperienza di striking quindi va da sé che lo striking l’ha allenato iper protetto e per un periodo di tempo limitato. Avrà sicuramente fatto le sue sessioni di sparring pesante per imparare ma poi ha pensato che non era il caso proseguire.

Prendiamo ora il caso del suo avversario. Robbie Lawler è conosciuto principalmente come striker. Ha iniziato ad allenarsi nelle MMA all’età di 16 anni con Pat Miletich, debuttando poi come pro nel 2001 all’età di 19 anni. Ebbene, in una intervista con Fight Magazine ha ammesso di aver smesso totalmente di fare sparring nel 2004. TOTALMENTE: nemmeno con caschetto. Niente di niente. Solo sacco, tecnica, grappling e posizioni. Questo per preservarsi, lo ammette lui stesso in un’intervista con Fight Magazine. Ad onore del vero ha poi ripreso a fare sparring protetto da fine 2012 ma solo nei soli periodi di preparazione dei match e solo con sessioni limitate.

Questi sono i fatti. Inconfutabili. La mentalità della maggior parte delle palestre di MMA riguardo lo sparring è che in genere più ne fai meglio è. Invece così non sembra essere. Almeno per quanto riguarda i professionisti che hanno già sviluppato capacità essenziali di striking. È chiaro che deve esserci una giusta misura e che il combattimento si apprende combattendo ma uccidersi di sparring, spesso non protetto adeguatamente, non serve a nulla se non a procurarsi micro traumi cerebrali che negli anni peseranno non solo su un’eventuale carriera ma anche e soprattutto sulla salute fisica. Non a caso molti fighter che hanno praticato sparring pesante per lunghi periodi oggi parlano in modo meno fluido che in passato e gli esempi sono molteplici: provate a sentire come parlano Chuck Liddell e Wanderlei Silva rispetto a qualche anno fa.

Altri esempi recenti? Eccovi serviti. Diego Sanchez. Il brawler per eccellenza nei match pro in realtà pratica attualmente soprattutto yoga nel suo allenamento pre match, dopo essere passato da anni di sparring pesante.  Jon Jones. È risaputo che Jones non ama praticare lo sparring pesante con colpi al volto. Il suo coach Greg Jackson non a caso è tra quelli che stanno rallentando nella richiesta di sparring pesante ai propri atleti. E questa è solo la punta dell’iceberg perché pare siano sempre di più gli atleti professionisti che limitano od evitano quasi totalmente lo sparring per dare il meglio di sé solo al momento del match. Possibilmente ben pagati. Ma nessuno ve lo dirà mai apertamente. Perché? Perché l’allenamento duro, ruvido fa parte dell’aurea stessa dello sportivo degli sport da combattimento. Non siamo forse guerrieri? Suvvia. Non siamo più a Sparta.

Di conseguenza la maggior parte delle palestre, anche molto conosciute, continuano a propagandare lo sparring pesante. Per due motivi. Il primo è che è una buona scorciatoia per formare atleti competitivi in tempi brevi, in quanto il metodo in effetti funziona. Il secondo è che è questione di business. A fianco degli atleti pro le palestre attraggono un grande numero di dilettanti che vogliono provare ad allenarsi come veri fighter, qualche volta per sfida personale, più spesso solo per moda. Un business non da poco, credetemi. Per la somma di questi due motivi, lo sparring pesante è quindi ancora incoraggiato essendo la maggiore risorsa economica di molti team, proprio per il grande numero di atleti che vi gravitano attorno. Quante volte avete infatti sentito dire che ci si va ad allenare in questo od in quel team proprio per la qualità dello sparring offerto? I risultati? Possono essere anche molto buoni ma hanno un prezzo. Talvolta molto alto. Nessuno dice che lo sparring debba sparire. Ci mancherebbe ma…perché rischiare la salute ed accorciarsi la carriera quando si può fare in modo diverso?

La pratica dello sparring pesante è retaggio dei vecchi centri di allenamento di MMA. Si parte dal lo spartano Lion’s Den di Ken Shamrock, al primissimo Team Quest passando per il Miletich Fighting System. Tutti luoghi dove molti campioni si mettevano KO quasi quotidianamente. Non bisogna però dimenticare che il numero dei colpi alla testa nei match di MMA con i cambiamenti di regolamento e delle tecniche sta salendo in modo vertiginoso rispetto solo a cinque, sei anni fa. Piccolo cenno storico. Inizialmente, quando ancora non si usavano i guanti (che ricordiamolo proteggono le mani e non le teste!) i pugni tirati in testa a mani nude erano un numero limitato per ragioni pratiche: le ossa piccole delle mani si fratturano contro le ossa grandi delle testa! Successivamente, con l’introduzione degli attuali guanti da quattro once (sei od otto per i dilettanti), il grappling aveva tuttavia ancora un peso notevole e tutto sommato gli scambi di striking erano piuttosto limitati rispetto a boxe e kickboxing. Ora invece è prassi assistere ad un altissimo numero di match che finiscono per decisione dopo tre round da cinque minuti in cui i due contendenti hanno quasi esclusivamente boxato. Questo avviene perché le takedown defense si sono evolute tantissimo. Non è più solo questione del cosiddetto “sprawl and brawl”, utilizzato da Liddell ad esempio, ma di veri e propri gameplan tutti basati sullo striking composto e ripetuto. Questa evoluzione dello sport delle MMA, unita alla voglia del pubblico casuale di vedere più KO che lotta a terra, sta incrementando la possibilità di danni cerebrali sul lungo termine per gli atleti coinvolti, esattamente come accade in boxe e kickboxing, con la differenza che i guanti sono più sottili. Ed è proprio sullo studio della propagazione delle vibrazioni dei colpi a livello cerebrale che si stanno focalizzando gli studi di casistica comparata tra atleti di MMA, di boxe e di altri sport da contatto. Sembra infatti che i guanti più sottili siano meno pericolosi di quelli più spessi per la propagazione dei danni cerebrali sebbene non vi siano ancora studi davvero definitivi. Già questo risultato creerebbe uno strano corto circuito dove si scoprirebbe che i dilettanti con guanti da sei, otto once rischiano maggiori danni a lungo termine rispetto ai professionisti. Sarebbe un paradosso ma tutto è in divenire.

Di sicuro al momento c’è che i recenti studi sui traumi cerebrali condotti negli Stati Uniti da numerosi Istituti di Ricerca Medica (anche in collaborazione con UFC) stanno evidenziando che i danni cerebrali negli sport da contatto esistono, sono sempre più numerosi ed hanno diverse ripercussioni a lungo termine che possono andare da difficoltà cognitive e motorie fino a vere e proprie sindromi invalidanti (Parkinson, Alzheimer, Demenza pugilistica) che possono indurre depressione cronica e suicidi.

Nel mio piccolo, conversando con alcuni fighter pro e semi pro via internet, che però preferiscono rimanere anonimi, ho avuto conferma che molti stanno effettivamente notando cambiamenti sulla loro psiche dopo anni di sparring pesante e che stanno gradualmente pensando a cambiamenti importanti sui loro metodi di allenamento. C’è una risposta a tutto questo? Al momento UFC sta incoraggiando fighter e team ad allenarsi in modo intelligente, così da evitare infortuni che spesso inficiano anche le card, evitando sparring eccessivi non necessari e lavorando invece su tecnica e preparazione atletica. Lo sparring sparirà? No di certo ma sicuramente un atteggiamento più consapevole sarà sempre più richiesto. Per concludere le parole più eloquenti me le ha dette il ritirato ed autorevole Dan Severn, tre volte campione UFC ed Hall of Famer: “[…] Devi anche pensare ai danni a lungo termine riguardo ai traumi cerebrali. Sono molto preoccupato anche per gli atleti più giovani che li incontri dopo qualche mese da un match particolarmente combattuto e faticano a parlare in modo sciolto, segno evidente dei danni subiti. […]Ho utilizzato il mio stile per proteggermi ed evitare di essere colpito. Ad ogni modo è la mia vita e mi è piaciuto combattere e viaggiare. So però che pagherò un prezzo per i duri colpi subiti in carriera. Ho oltre 100 match di MMA, centinai di match nel pro wresting ed oltre 3.000 match nel wrestling amatoriale ed ho subito anche io molti danni, Quando succederà non lo so e spero il più tardi possibile ma so che succederà. […]Quando vedi atleti che vengono tolti ripetutamente dalle card pro per via di infortuni in allenamento è per me sintomo di coach che sbagliano qualcosa. Devi sapere come allenarti e come allenare in modo sicuro. Ho allenato molti atleti di alto livello ed è difficile convincerli ad indossare protezioni ma devi convincerli che devono farlo per imparare ad allenarsi correttamente. Devi allenarti al 100% ed a piena forza con i sacchi ed i “dummies” ma quando ti alleni con altre persone devi usare guanti da boxe, mettere il caschetto e le protezioni necessarie e non puoi colpire al 100%. Ci sono alcuni camp che nel corso degli anni hanno incrementato il livello di intensità cercando di creare buoni fighter ma non lo stanno facendo nel modo giusto.”

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Alex Dandi

Alex Dandi

Tramutare le proprie passioni in professioni: questo è sempre stato il mio credo. Creare e comunicare sono i miei verbi preferiti. Mi appassiono ai progetti e sono per mia fortuna o mio malgrado quello che si dice un “workaholic”

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  • Questo articolo mi è piaciuto tantissimo. Complimenti. Non mi posso dilungare molto perchè non ho molto tempo. Ma il mio feedback volevo darlo.

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