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MIXED MARTIAL MOVIES: 15 film per veri guerrieri

Le arti marziali e gli sport da combattimento sono stati oggetto di migliaia di lungometraggi di genere: i kung fu movies negli anni ’70, la Bruce Lee mania, i Rocky ed i suoi cloni negli ’80, i vari b-movies con Van Damme e Seagal, i seminali American Ninja ed i vari ragazzi dal kimono d’oro. Film raramente entrati nella storia del cinema ma spesso diventati discreti successi al box office ed ancor più di frequente diventati di culto per generazioni di spettatori. Quello che spesso non viene sottolineato di questi film è che nella loro semplicità riescono a trasformarsi in straordinari strumenti “motivazionali”, vere scariche di adrenalina, che risvegliano nello spettatore energie nascoste e non di rado diventano stimolo mentale per affrontare la vita con maggiore spirito marziale: quando si devono ritrovare i proverbiali “occhi della tigre” dentro e fuori dal ring, dalla gabbia o dal tatami. 

Ecco quindi che, tra serio e faceto, mi sono divertito a compilare una lista in ordine cronologico di quindici film che, a mio insindacabile e personale giudizio, vanno a comporre un ideale percorso di crescita dell”io guerriero” per solleticare la vostra voglia di combattere: nelle mixed martial arts come nella vita.  Leggi tutto …

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La resurrezione, lo spirito guerriero, il dragone e la redenzione


ATTO PRIMO. La resurrezione.

“Vi ricordate di me?” così esordisce al microfono Mike “Quick” Swick parlando direttamente al pubblico, approfittando dell’intervista post match del commentatore Joe Rogan. Una domanda retorica e liberatoria per uno degli atleti che per lungo tempo, dalla prima storica stagione del reality The Ultimate Fighter, è stato sinonimo di UFC. Swick era arrivato ad un passo dalla sfida titolata per il titolo pesi welter ma era caduto vittima di due sconfitte consecutive, l’ultima delle quali particolarmente drammatica: aveva perso i sensi mentre cercava di resistere stoicamente ad una cosiddetta “D’Arce Choke”, letale presa di soffocamento anche detta Brabo, applicata dal brasiliano Paulo Thiago. Da allora di Swick si erano perse le tracce in un rincorrersi di voci sempre più drammatiche sul suo stato di salute. Leggi tutto …

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Londra 2012, l’inaugurazione: riflessioni sparse tramite il sogno olimpico

Cerimonia di apertura stellare per Londra 2012, trentesima Olimpiade. Danny Boyle, regista premio Oscar per The Millionaire, non sbaglia un colpo e spende milioni di Euro mettendo però insieme un vero capolavoro di inaugurazione. Poco importa che la città di Londra queste Olimpiadi le dovrà pagare per i prossimi venticinque anni: la cerimonia è stata forse la più bella di tutti i tempi. Boyle ricostruisce il dream team di Trainspotting affidando la cura della colonna sonora agli Underworld che svolgono un lavoro eccelso. Musicalmente è una celebrazione della creatività giovanile inglese. Intesa come speranza ed energia per il futuro. La contemporaneità vissuta con entusiasmo ma con uno sguardo rispettoso al passato e una mentalità realmente progressista.

Quanto sarebbe stata diversa una cerimonia di apertura a Roma nell’anno 2012? Meglio non pensarci troppo, il rischio di intristirsi è altissimo. Di fatto i telecronisti Rai, compreso lo storico inviato londinese Caprarica, faticano a riconoscere i passaggi musicali. Annunciano in ritardo Mike Oldfield con Tabular Bels (!), spiegano che Dizzee Rascal è un rapper famoso nel quartier di East London, liquidano gli Arctic Monkeys come “un po’ di musica per i più giovani”. Leggi tutto …

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Mario Balotelli: “Vorrei fare l’UFC”, Andy Warhol: “Cinque minuti da guerriero non si negano a nessuno”

“Se non fossi un calciatore probabilmente vorrei fare l’UFC. Mi piace davvero tanto”. Queste le parole di Mario Balotelli nel corso di un intervista di pochi giorni fa. Parole di un evidente fan UFC che non possono passare inosservate. Per il semplice fatto che a livello mondiale è leggermente più famoso degli atleti di cui ammira le gesta nell’Ottagono.

Così come non possiamo dimenticare che Mario Balotelli è colui che ai recenti europei di calcio, dopo aver segnato uno spettacolare goal, si è tolto la maglia esibendo una posa da guerriero. Proprio così: una posa da guerriero. Riflettiamo su questo punto. Perché in fin dei conti tutti vogliamo essere guerrieri per un istante o per un giorno.

“Cinque minuti da guerriero non si negano a nessuno” avrebbe affermato, se fosse stato ancora in vita, Andy Warhol, uno dei grandi geni della comunicazione e dell’arte del secolo scorso. Leggi tutto …

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Sherman Pendergarst: un uomo normale nella gabbia, un guerriero nella vita


Ci sono atleti che verranno ricordati nella storia per i titoli vinti. Altri saranno per sempre impressi nella memoria dei fan per un singolo spettacolare match. E poi ci sono gli atleti che sembrano comparse. Di cui ti dimentichi in fretta perché non hanno vinto titoli e non sono diventati famosi ma che un giorno scopri essere veri guerrieri. Sono gli eroi fieri e silenziosi, quelli che non ti aspetti.

Sherman Pendergarst, detto il carroarmato, inizia tardi con le MMA. Tardissimo, considerando gli standard attuali. Combatte il suo primo match da professionista all’età di 38 anni. In pratica quando molti professionisti si sono già ritirati o sono prossimi al ritiro.

Sherman frequenta il college e poi trova lavoro come intermediario finanziario a Baltimore, nel Maryland, dove è nato e cresciuto. Lavora, guadagna ma non si sente realizzato. Un giorno del 2002 si rende conto che il fisico non è più quello dei tempi del college, quando era parte della squadra di lotta libera. Decisamente sovrappeso Sherman decide di rimettersi in forma e nel dopo lavoro inizia a dedicarsi anima e corpo allo studio e alla pratica di Brazilian Jiu Jitsu e del pugilato.
Nel giro di qualche mese gli torna la voglia di mettersi alla prova come ai tempi del college: inizia a gareggiare in vari tornei regionali di grappling nei pesi massimi e super massimi. Nei tre anni successivi si toglie anche qualche soddisfazione vincendo diverse medaglie nei tornei di grappling regionali degli Stati Uniti.

Forte di quei piccoli grandi successi Sherman si convince di aver perso tempo facendo un lavoro normale. Leggi tutto …

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Chael vs Anderson 2: “Medium Rare. Cotta al sangue.”


Secondo round. Tutto l’MGM è in piedi. Un rombo sordo sovrasta ogni cosa. Dagli spalti vola in aria anche qualche decina di bicchieri di plastica pieni di birra. Gli schizzi arrivano fino all’area destinata a giornalisti. E’ il modo di festeggiare di molti brasiliani in vacanza nella città del peccato. Il cronometro segna il minuto 1:55 e l’arbitro Yves Lavigne si frappone tra Anderson e Chael e decreta la fine del match. Chael è a terra in posizione quasi fetale. Sanguina dal volto. Sente il commentatore Michael Goldberg, nella postazione di commento a pochi centimetri dalla gabbia, urlare quasi nelle sue orecchie: “E’ finita!”. Poi sente solo un ronzio che cessa nel momento in cui si alza in piedi. Quasi istantaneamente. Incredulo. Depresso. Attonito. Insensibile a quello che gli succede intorno. “Dove ho sbagliato?” si domanda Chael. Neanche il tempo di pensare e l’Ottagono è già pieno di persone: coach, team, cameraman, medici ed anche figli del Ragno, i ragnetti vestiti di tutto punto. La voce tonante dell’annunciatore Bruce Buffer declama “Ed ancora campione del mondo dei pesi medi Aaaandersooon Siiillvaaa!” Chael sopporta a fatica il medico che gli sta medicando una ferita sul volto. Vorrebbe avere la possibilità immediata di redimersi. Non si capacita che sia finita così. Doveva essere la sua notte ma è stato battuto.

Eppure il primo round lo aveva vinto alla grande. Aveva chiuso la distanza, evitando i colpi di Anderson e lo aveva trascinato a terra nonostante la resistenza del campione brasiliano. Lo aveva sovrastato fisicamente e costringendolo spalle a terra lo aveva bersagliato con numerosi colpi di palmo alla testa. Alla fine del round la folla era esplosa all’unisono in un boato ancora più grande. Chael era passato in posizione di monta. Dominio totale. Ad ogni colpo Chael sentiva esplodere l’invasato pubblico dell’MGM Grand Garden Arena di Las Vegas. E sentiva anche crescere i fischi dei brasiliani accorsi in massa per sostenere il loro idolo. Era una bella sensazione. Di rivalsa. Attesa per due anni. Due lunghissimi anni di problemi da risolvere: prima con la giustizia americana e poi con la commissione atletica. Aveva dovuto difendersi per evitare il carcere per una brutta storia di riciclaggio di denaro ed aveva dovuto riottenere la sua licenza sportiva dimostrando di avere bisogno, per motivi di salute, della famigerata terapia sostitutiva del testosterone. Da tutto questo ne era uscito alla grande riscalando i ranking dell’UFC. Due anni difficili in cui solo il suo vecchio allenatore Scott McQuarry, i suoi unici tre amici e sua madre lo avevano sostenuto. Due anni in cui non aveva smesso di allenarsi. Due anni in cui non aveva dimenticato di essere stato a soli due minuti e 40 secondi dal diventare in nuovo campione del mondo UFC dei pesi medi in quella notte di Agosto del 2010. Sabato notte a Las Vegas Chael era sicuro di sé: sapeva di poter schiacciare l’odioso e spocchioso Ragno. Nei mesi e nelle settimane precedenti al match intervista dopo intervista lo aveva già sconfitto psicologicamente: la guerra dei nervi e delle parole l’aveva già vinta.

Fine del primo round. Chael, tornando all’angolo, sapeva già quello che avrebbe fatto un minuto dopo. Stessa strategia di attacco. Braccare Anderson dal primo istante, portarlo a terra, non dargli spazio per gli attacchi di jiu jitsu e continuare a mantenersi abbastanza attivo per non far ripartire il match in piedi. Ora si trattava di etica: si trattava di rifare tutto da capo, come nel primo incontro, senza commettere errori perché il subdolo ragno sarebbe stato pronto a tessere la sua tela di codardo brasiliano pronto a rifugiarsi nelle tecniche di BJJ. Chael sapeva esattamente cosa avrebbe dovuto fare. Aveva provato e riprovato tutti i dettagli. Sapeva anche come sfuggire ad ogni possibile tentativo di sottomissione. Negli ultimi due anni era molto migliorato. Aveva addirittura sottomesso un duro come l’ex marine Brian Stann con un triangolo di braccia da antologia. Aveva scambiato senza paura con un temibile striker come l’inglese Michael Bisping. Chael non era mai stato così pronto.  Era pronto al trionfo. Era pronto a dimostrare al mondo di essere il vero proprietario della cintura  di campione del mondo. Così pronto che aveva già deciso come avrebbe concluso la sua intervista  da nuovo campione del mondo con l’intervistatore Joe Rogan a fine match. Avrebbe detto semplicemente: “Medium Rare. Cotta al sangue.” Il pubblico sarebbe impazzito. Lo avrebbero amato ed odiato per l’eternità.

All’angolo mentre lo massaggiavano gli ricordavano cosa avrebbe dovuto fare nel secondo round, dando per scontato che sapesse cosa non avrebbe dovuto fare. A ricordarglielo sarebbe stato lo stesso Silva qualche istante dopo. Scambiare con il più pericoloso striker al mondo non è mai una buona idea. Ma quando Silva l’ha platealmente provocato abbassando entrambe le braccia in atteggiamento di sfida Chael non ha resistito all’irrefrenabile tentazione di dare una lezione a quel bullo brasiliano emulo di Muhammad Ali. E’ così che, in preda alla foga, ha scagliato forse il più goffo “spinning backfist” di tutta la storia UFC, cadendo rovinosamente a terra come un pupazzo rotto. Si è ritrovato ai piedi di Silva, accovacciato, spalle contro la gabbia, senza via d’uscita. Ha alzato la testa ed ha incrociato lo sguardo rabbioso e spietato di Silva. Non ha avuto il tempo di avere paura che Silva l’ha brutalmente punito con una violenta e fulminea ginocchiata al petto, al limite del regolamento. Da lì in avanti Chael ha lasciato che fosse il suo cuore a lottare al posto suo. Si è anche rialzato in piedi ma solo per essere maltrattato senza pietà da un Silva sempre più rude ed aggressivo. Chael è crollato nuovamente. Altri colpi e lo stop dell’arbitro è giunto quasi come una liberazione.

Nel dopo match, con lo sguardo fiero di un guerriero sconfitto, Chael ha dovuto stringere la mano al suo acerrimo nemico. L’orgoglio gli diceva di non farlo. Lo spirito sportivo gli diceva di pagare rispetto all’uomo che ancora una volta lo aveva battuto: semplicemente l’atleta migliore, semplicemente un grande campione. Poco gli importava se il Ragno aveva combattuto sporco: lo avrebbe fatto anche lui se solo ne avesse avuto l’opportunità. Chael non ha mai amato i convenevoli e le buone maniere. “In un combattimento si combatte: fine della storia” è solito ripetere. Ma quando il ragno brasiliano lo ha sarcasticamente invitato ad un barbeque a casa sua, con la sua famiglia, il volto contrito e torvo del gangster americano ha radicalmente cambiato espressione e non è riuscito a trattenere una risata in mondovisione. Possiamo però immaginare che nella sua testa abbia pensato: “Signora Silva. Medium Rare. Cotta al sangue”.

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Ho fiuto per la musica: Afrika Bambaataa and Family ft. UB 40 – Reckless

Estate 1988. Bombardamento del video su Deejay Television. Il pezzo diventa quasi antipatico da tanto è programmato. Un po’ del suo smalto pop si è perso nel tempo e rimane profondamente legato ad un periodo di crossover totale dove si spegnevano gli ’80 e stavano per iniziare i ’90. Reggae, hip hop, rap, dancehall ed house music erano un tutt’uno. Nel retro di copertina le informazioni per scrivere ala Zulu Nation direttamente nel Bronx di NYC.

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Ho fiuto per la musica: condividere il supporto musicale nel web 2.0

Oggi la musica si consuma perlopiù su file. Entità impalpabili che producono vibrazioni sonore, più o meno piacevoli, per il nostro benessere auditivo. Il supporto fisico, un tempo necessario tramite per rivelarci l’anima dell’opera d’arte sonora, oggi è ridotto a mero involucro, svuotato di ogni suo essere.

Da fanatico della tecnologia rispettoso dell’eredità del passato ho invece pensato di rivalutare l’uso di tutti e cinque i sensi nella fruizione della musica e del suo inseparabile supporto fisico. Leggi tutto …

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Domenica 20 Maggio 2012 ore 4.04: il terremoto

Rispondo all’ultimo twitt di un amico verso le 2,30 di notte, appoggio l’iphone sul comodino e mi corico. Di fianco a me Alice, che nei weekend in cui non lavoro dorme da me, si è addormentata già da un’ora. Io invece fatico a prendere sonno. Sono inspiegabilmente irrequieto, quasi ansioso. Cerco la giusta posizione e sistemo il cuscino più volte, passa un po’ di tempo. Penso che potrei alzarmi e guardarmi in diretta i match della Strikeforce. Poi ci ripenso e mi dico: li guardo tranquillo domani. Domani. Leggi tutto …

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